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venerdì 27 settembre 2019
mercoledì 18 settembre 2019
Buon compleanno Mauro!!!!
Facebook (ah non ci fosse Facebook) mi fa sapere di prima
mattina anche i compleanni degli amici. Però facciamo la tara, gli amici di Facebook sono tutti amici? A volte, spesso, sono solo più o meno dignitose
conoscenze casuali, quelle persone che magari non si ha mai avuto l’occasione
di guardare negli occhi bevendo un caffè o un bicchiere di vino, ma tant'è,
siamo amici sul social. A volte si condividono pensieri, molto più spesso ci si
ignora con signorilità.
Oggi però è il 18 settembre, e il compleanno che compare non
è uno qualunque, è di Mauro. Chi è Mauro? Difficoltoso e arduo descriverne la
leggerezza, la pacatezza, il pensiero sicuro e caparbiamente determinato, difficile dire di quall'aria vagamente sognante.
In questa mia seconda vita in Salento è stato uno degli
incontri che più mi hanno segnato, accompagnato. Forse, anzi, sicuramente è uno
dei motivi per cui ho potuto scegliere il Salento tralasciandone tutte le
contraddizioni, le porcate, le nefandezze e guardandone le parti migliori,
quelle dell’arte, della poesia, del’ironia. Perché Mauro ama la poesia e l'ironia esattamente come ama la vita, perché ama il teatro e insegna a persone che
hanno qualche disagio come sopravvivere nel mare in tempesta con il teatro e
con la parola scritta.
Perché Mauro è una di quelle persone alle quali penso quando
non riesco a decifrare l’irreale realtà di questi e di altri giorni, mi
arrovello, alla fine, spesso, mi chiedo “chissà che ne penserebbe Mauro”.
E so che la prima cosa sarebbe un sorriso, magari timido, e
poi qualche silenzio pieno di cose dette.
E’ vero, non ci vediamo molto, la vecchiaia mi rende pigro,
però… già, però Mauro c’è.
Auguri Mauro, buona vita.
venerdì 30 agosto 2019
Estate, autunno, inverno
Agosto se ne va, si porta dietro un’estate afosa e bizzarra,
mare, dialisi, non mangiare questo, non mangiare quello, e ancora mare e poi un
governo che cade, uno che si forma per ricadere fra qualche mese. Un girotondo
istituzionale in pratica. Estate calda come mi piace, quando il sole ti avvolge
e il mare ti accoglie come liquido fetale, mentre i ragazzi camminano in città,
ridono, scherzano, sono seri. Mentre passa quella con un seno prorompente e
loro guardano facendo finta di guardare altrove. E’ passata anche la festa del
santo patrono, con le bancarelle, le luminarie, Bennato in concerto il sindaco in proceessione con gl iassessori, i papaveri alti alti che camminano dietro la statua
del santo che nel frattempo è sceso dalla sua colonna per fare lifting. E i ristoranti
sono pieni, e sono piene di depliant le buche delle lettere, e il postino che
un tempo portava lettere d’amore ora è travolto dalla e - mail e porta solo
bollette. Un tempo lo aspettavo con ansia e lui mi urlava per strada “Gianni,
è arrivata”, con buona pace della privacy. Però avevo 18 anni, chi se ne fregava della privacy. Un tempo, ora lo si vede da lontano
e si dice “cazzo, arriva”, e fai finta di guardare altrove come i ragazzi fanno
con quella col seno prorompente. Però lei se ne va, il postino è inesorabile,
arriva e basta.
Ricordi di campagne assolate in Piemonte quando nel primo
pomeriggio si andava in bicicletta verso Tanaro, detto Beach, con Carlone e il suo
mangiadischi e tutto l’armamentario da spiaggia come fosse un mare. E mosche e
tafani e zanzare, ma chi se ne fregava allora, eravamo ragazzi, si pedalava
sotto il sole delle 14 per un paio di Km su strade sterrate, e quando passavano
i grandi in auto sollevavano un polverone che rimaneva sospeso nell’aria un
tempo infinito perché non c’era un alito di vento. Ma si andava e si spiava
quella più carina. Di solito era un folle amore platonico adolescenziale, poi passava
in settembre.
Eggià, passa l’estate calda e afosa, ci aspetta un
lunghissimo, infinito autunnoinverno magari senza nebbia, ma con molte rotture
di scatole. E, diciamolo, al Natale preferisco il ferragosto. Meno panettoni,
meno volemose bene, ma sguardi oltre il mare.
venerdì 19 luglio 2019
Ciao Andrea
E sia, Andrea Camilleri se ne è andato. Di lui rimangono
migliaia di pagine scritte che da vent'anni mi accompagnano. Fu un suo
conterraneo, Corrado, a farmelo scoprire. Corrado viveva ad Alessandria, poi è
tornato a Noto che è la sua terra, ed è la terra di Camilleri, un giorno mi
disse “leggiti questo Camilleri, è bravino”, comprai “La concessione del telefono”e
fu amore immediato. Da allora Montalbano fa parte della mia vita, Vigàta è un
paese che conosco, la vitalità democratica di Camilleri e la sua capacità
affabulatoria sono entrate nel dire di ogni giorno. E’ strano come un libro, o
una serie di libri, arrivino a far parte del tuo vivere quotidiano, ed è strano
come quando il libro finisce ti venga a mancare, così succede che a volte
rileggi cose già lette. Solo che l’ultimo romanzo con Montalbano non mi riesce
di finirlo, perché Camilleri se ne è andato quando ero agli ultimi capitoli ed
io fatico a pensare che non ne leggerò più di nuovi, è un lento addio, una mano
che non riesco a lasciare andare.
E’ difficile per un non credente immaginare un aldilà, se
però esistesse, ora se ne sta con Sciascia, De Crescenzo e con i pensatori
liberi che ci hanno insegnato a vivere e sopravvivere.
E probabilmente sta in un luogo dove fumare non fa male,
dove le sigarette le regalano, perché senza lui non sapeva stare. Adieu Andrea,
rileggerò i tuoi libri con affetto. Adieu e grazie.
mercoledì 17 luglio 2019
martedì 18 giugno 2019
trame, servizi deviati e Pino Pinelli che cade giù
Cinquanta anni fa
mentre ancora erano in corso i funerali
delle vittime della strage di Piazza Fontana un innocente moriva durante un
interrogatorio nella Questura di Milano. Il ferroviere quarantunenne Giuseppe
Pinelli, anarchico, bersaglio di una
ignobile montatura che cercava di nascondere i veri responsabili dello
stragismo fascista, cadeva dal quarto piano della Questura. “Vittima due volte
– così lo ha ricordato il presidente Napolitano nel 2009 durante la Giornata
per le vittime del terrorismo- , prima di pesantissimi infondati sospetti e poi
di un’improvvisa, assurda fine”.
Nessuno ha pagato per
questa scia di morti che ha trasformato l’Italia inaugurando una lunga stagione
di stragi e di attentati alla democrazia. Ma chi c’era davvero in quelle ore nella Questura di Milano?
Parte da questo assunto lo straordinario libro di Paolo
Brogi “Pinelli, l’innocente che cadde
giù” – dalle carte sugli affari riservati nuova luce su depistaggi e
montature-. Furono tempi cupi, quelli in cui i movimenti con venature
ancora naif, spontanee, lontani dalle parole della politica politicante,
persero l’innocenza. Il 12 dicembre 1969 e le bombe alla banca di piazza
Fontana furono la cesura netta fra la voglia quasi goliardica di voler cambiare il mondo e il tuffo in una
realtà fatta di morti, bombe, di Pino Pinelli che cascò dal quarto piano della questura
di Milano mentre era in corso il suo interrogatorio basato sul nulla, o meglio
sulla pista prefabbricata da una dozzina di “fantasmi” che arrivarono alla
questura di Milano direttamente da Roma, erano gli uomini degli affari
riservati. Questi presero possesso degli uffici e, sapremo più tardi “Russomanno (capo di questa truttura) parte
in tutta fretta da Roma e a Milano scende con l’altro alto funzionario
Francesco D’Agostino all’hotel Aosta, in piazza della Stazione. I due
soggiornano lì a spese dello stato per parecchi giorni. E arrivano avendo in
tasca, come riferisce Francesco D’Agostino, “la lista degli anarchici”.
D’Agostino dice di essere arrivato il 13, Russomanno ai magistrati oscillerà
tra il 13 e il 14, più tardi a un giornalista che lo intervista nel 2001 dirà
sorridendo che è arrivato la sera stessa del 12...”
E chissà perché nessuno lesse i giornali dei giorni
precedenti, quelli inglesi in particolare, ripresi in Italia solo ed
esclusivamente da L’Unità, L’Espresso e Paese Nuovo.
Il 6 dicembre del 1969
il “Guardian” era uscito con un reportage investigativo firmato da Leslie
Finer. Lo stesso giorno anche l’ “Observer” domenicale aveva fatto importanti
rivelazioni sulle bombe del 25 aprile.
Cosa aveva rivelato il
“Guardian” con quell’articolo intitolato “Greek advice for a coup in Italy”?
Intanto l’autore:
Leslie Finer, al quale si deve l’introduzione nel nostro vocabolario politico
del concetto di “Strategy of tension”, strategia della tensione, varato proprio
in quel dicembre, era all’epoca il più autorevole giornalista europeo che si
occupasse della Grecia, paese dove trascorreva buona parte del suo tempo. Finer
era un giornalista molto introdotto ad Atene.
Ed era così che era
entrato in possesso di una fotocopia della lettera di un alto funzionario del
Ministero degli esteri greco (della Giunta militare dei colonnelli), il
direttore Michail Kottakis, destinata all'ambasciatore greco a Roma, Pompouras.
Nella lettera si riferiva di incontri tra esponenti dei movimenti neofascisti
italiani (in particolare un non identificato esponente chiamato in codice «P»)
ed esponenti della Giunta militare. Nella lettera si diceva che i fascisti
italiani stavano cercando di realizzare un colpo di Stato per portare la destra
al potere anche in Italia. E si riferiva di attentati preparatori come quelli
dell’aprile a Milano alla Fiera Campionaria. Nella lettera il funzionario del
ministero si raccomandava con l'ambasciatore perché non venissero alla luce
possibili collegamenti tra le autorità greche e l'operato degli «amici
italiani», consigliando che questi venissero invitati a cercare assistenza
tramite rappresentanze greche non ufficiali.
Ancora più forte la
rivelazione dell’ “Observer” del 7 dicembre, che “Paese Sera” riprendeva con il
titolo di apertura in prima pagina;: “I colonnelli greci tramano con i fascisti
e con il “sig. P” per “un colpo alla greca” in Italia”
Poi nel servizio a
pagina 13 il sottotitolo di “Paese Sera” era “La più clamorosa rivelazione dei
giornali inglesi riguarda l’attentato dinamitardo alla Fiera di Milano contro lo Stand della
Fiat – I documenti pubblicati indicano che la bomba fu fatta esplodere da fascisti
greci e italiani”.
“Paese Sera” riferiva
dunque dei contatti tra i fascisti italiani e greci, che secondo il “Guardian”
si erano concretizzati in un summit tra il “sig. P” e il capo della giunta
Papadopoulos affiancato da Lados. Quest’ultimo aveva detto che per un golpe in
Italia bisognava puntare sui dirigenti della polizia.
Un lavoro di inchiesta quello di Brogi, che riporta le
testimonianze di Claudia e Silvia, le due figliole di Pino Pinelli che
all’epoca dei fatti avevano 8 ed 9 anni e che parlano di quei giorni e di tutta
la loro vita futura incredibilmente segnata dal dramma di un padre innocente
“caduto” da una finestra, di processi, fango e riabilitazione, lapidi affisse,
tolte, cambiate.
Un libro che vale la pena leggere per la ricchezza di
informazioni tratte da archivi desecretati, testimonianze e resoconti puntuali
e precisi, e che, per chi quei tempi ha vissuto, testimoniano il pantano in cui
la Democrazia stava per cadere per mano di servizi segreti deviati, l’ombra
della massoneria, una guerra fredda che consentiva ad agenti statunitensi di
fare arrivare esplosivo a gruppi neofascisti italiani, e un gruppetto di
anarchici, colpevoli di pacifismo, venissero additati da tutti i giornali come
i più pericolosi estremisti e stragisti. Unanime fu il lancio il giorno
successivo all’arresto di Pietro Valpreda, “un ballerino dall’oscuro passato”
titolò l’Unità. Però abbiamo avuto la fortuna di essere in una Democrazia
solida nonostante tutto, e di aver avuto altri giornalisti, una su tutti
Camilla Cederna, poi i ragazzi che fecero un libricino/inchiesta autoprodotto
intitolato “La Strage di Stato” in cui si tiravano alcune somme, che ci
aprirono gli occhi da subito.
Paolo Brogi
Pinelli, l’innocente
che cadde giù
Maggio 2019,
Castelvecchi editore
pp. 160, euro 17,50
Paolo Brogi,
giornalista e scrittore. Ha lavorato a Lotta Continua, Reporter, l’Europeo, Paese sera. Tra i suoi ultimi libri “La lunga notte dei Mille”, “Eroi
e poveri diavoli della Grande Guerra”, “68, ce n’est qu’un début”.
domenica 2 giugno 2019
primavera, salvini e varia umanità
Stranezze in questa finta primavera. Piove, non piove,
maglione, t-shirt, mare, non mare. Insomma, c’è molta confusione meteorologica,
però sembra che si rifletta anche nella vita quotidiana.
Qualcuno, un vicecapo del governo, vuole eliminare il codice
degli appalti per due anni. La chiama moratoria. Lo vuole fare per dare slancio
ad un’economia malata.
Ora, lo sanno anche i sassi che appalti e subappalti sono
linfa vitale per le mafie e la corruzione. Il principio è che eliminando i
controlli tutto funzioni meglio e si creino posti di lavoro. Attenzione, non si
parla di rendere più efficaci, veloci, repentini e incisivi i controlli contro
la corruzione, ma di eliminarli tout court. Dei nuovi posti di lavoro,
moltissimi saranno in nero, o no?
Avete presente i caschetti indossati dagli addetti alle
impalcature nei cantieri? Servono come protezione per gli stessi. E se
qualcuno, un ministro per esempio, ci venisse a dire “siccome gli addetti
perdono 25 secondi per indossarli, per meglio sfruttare il tempo, eliminiamo
l’obbligo”, beh, forse qualcuno si stupirebbe. E se, dato per assodata
l’evasione fiscale, si decidesse di eliminare gli scontrini obbligatori e le
fatture per far meglio lavorare le cassiere?
Stramberie, in effetti, esattamente come quella di chiudere
i negozi che vendono cannabis light.
Anche in questo caso, come per gli appalti, a ringraziare saranno le
mafie e i narcotrafficanti. Da sempre siamo contro il proibizionismo, e da
sempre siamo per una distribuzione controllata, unico strumento per togliere
alle mafie il potere assoluto su distribuzione, smercio e controllo di ogni
tipo di droghe. La crociata che stanno facendo alcune parti retrograde di
magistratura e politica è decisamente antistorica. E bene ha fatto CODACONS a
ribattere la palla in campo dell’avversario (avversario del buon senso)
proponendo che se di fermare la vendita legale di droghe si parla, allora lo si
faccia con il tabacco, che, nei fatti, produce dipendenza e cancro come e più
dell’innocua marijuana. Per non dire del gioco d’azzardo, tema che pareva caro a
una parte del governo (quella con le stelle), ma che nei fatti dilaga come e
più di prima. Anche in questo caso è noto come molte cosche e individui non
proprio specchiati controllino case da gioco. Ed è noto come le dipendenze
dell’azzardo, il GAP (Gioco d’Azzardo Patologico) sia una delle malattie più
devastanti per l’economia domestica di moltissime famiglie e sociale. Tuttavia
moltissima politica, da quella nazionale più retriva a quella locale, anche,
ahinoi, quella sedicente innovatrice e riformista, non veda il problema. O non voglia vederlo.
E’ pur vero che non siamo soli nel mondo dell’assurdo. Leggo
che negli USA un’associazione pro live, quella contro l’aborto in difesa
strenua della vita umana, si pronuncia ferocemente contro l’abolizione della
pena di morte. Così è.
Per tornare a noi, occorre prestare molta attenzione a quel
che accade, alle parole pronunciate da chi vuole togliere le scorte a
giornalisti minacciati di morte, a chi attacca magistratura, giornalisti e
opinionisti se “rei” di non essere al servizio del più forte. Soprattutto se
questo più forte produce strumenti per agevolare non tanto la ripresa
economica, quanto il malaffare e le mafie. Occorre fare attenzione a chi
vorrebbe proporre aberrazioni, magari chiamate “decreto sicurezza” in cui si
propone una sanzione di 5000 euro per chi (attenzione alle parole) SALVA in
mare un immigrato.
A pensar male uno potrebbe dire che i voti costano fatica e
amicizie, e che poi queste amicizie hanno necessità di essere alimentate con
misure idonee a favorirle. Però noi vogliamo essere positivi, e vogliamo
credere ancora al primato della politica e del voto.
mercoledì 22 maggio 2019
Voterò Mauro Marino
E allora siamo arrivati agli ultimi boatos di campagna
elettorale. Bella o meno sia stata, ognuno ne giudichi e dica. Però è tempo di
tirare le fila di un lavoro faticoso. Il vedere molte persone belle,
rispettabili e capaci candidate alle amministrative e il sapere di avere un
limite immenso che è quello delle due preferenze massime (in una sola lista e,
in caso di doppia scelta, devono essere di sesso diverso, pena l’annullamento
delle preferenze stesse), di conseguenza occorre optare non certo per il meno
peggio, ma per il meglio.
Personalmente è almeno un decennio che, escludendo
referendum e amministrative, non vado a votare. Non lo facevo più perché
mancano il pathos e la passione sufficienti. Scelta giusta o sbagliata? Non so,
è una scelta che chiedo di rispettare. In questa tornata ci sono anche le elezioni
europee, e per queste voterò.
Il ministro degli interni non nega che queste elezioni
saranno un referendum pro o contro di lui. Bene, auspico faccia la fine
dell’altro Matteo. Voterò contro Salvini, egualmente sceglierò la persona che
ritengo migliore. E siccome ho un ballottaggio in testa fra due candidati
entrambi validi, preferisco non dire. La notizia è che romperò il ciclo delle
astensioni.
Per la prima volta voterò invece per le amministrative
leccesi. Prima ero residente altrove. E’ un privilegio ed un onere non da poco.
Un onere perchè scegliere non è stato agile, fra le belle persone che conosco,
sparpagliate in più liste, optare, ho
solo due preferenze a disposizione, e questo significa scartare alcuni amici e
compagni che reputo stimabilissimi.
E’ un privilegio perché con il voto entro con prepotenza nel
girone degli amministrati in una città che ho scelto e che amo e dalla quale mi
aspetto molto.
Quando arrivai a Lecce, 15 anni fa, sapevo a malapena che
questa città era sulla carta geografica,
mi guardai attorno qualche tempo e scoprii un mondo fatto di accoglienza,
curiosità. “Cosa ci fa un piemontese qui?” era la domanda più ricorrente. E
scoprii una vitalità difficilmente riscontrabile altrove. Qui si fa cultura, e
chi la pratica lo fa con fatica, ma con una costanza che è addirittura
commovente. Qui si accoglie, appresi e andai a vedere quella scritta sulla
stele di Calimera: «Zeno esù en etiù 's
ti Kalimera», «straniero tu non sei qui a Calimera». Ecco, non mi sono mai
sentito straniero in questi luoghi, e
veramente non è poca cosa. Nel mio percorso leccese ho avuto incontri che mi
hanno aperto la mente e il cuore. Ovviamente ci sono stati anche scazzi, pochi
però. Arrivavo da una città che pubblica un trisettimanale ed ha le pagine
locali de La Stampa e mi ritrovavo in una città piccola come Alessandria, ma
con quattro quotidiani che poi sono diventati tre (con l’on line tutto è
cambiato ovviamente, ma ne eravamo agli esordi). E dove si legge c’è vitalità,
quando poi incontri per caso forse, o forse per empatia, una persona che
stimola la tua curiosità con la sua gentilezza piena di cose da dire e dare,
con la pacatezza dei saggi e quella rabbia curiosa di voler far uscire
dall’ombra nuovi artisti, del voler caparbiamente portare poesia dove poesia
non c’è, nel voler lavorare senza orari facendo cultura o dirigendo un
giornale; quando questa persona non solo ti accoglie, ma a volte mette a
disagio perché l’impressione che ti stia sopravvalutando è molta, perché ti
senti ascoltato, significa che questa vale la pena di spendere un voto, il
primo per me, a Lecce.
Voterò convintamente Mauro Marino perchè so cosa pensa,
soprattutto perché so che se ha pensieri segreti non posso che condividerli
perché così è sempre stato. Il documento programmatico che dice di cultura a
Lecce, che ho letto e che dice che la
città è anche il Salento tutto. E poi affido a Mauro la speranza di vedere
fiorire non un teatro, ma molte piazze e piazzette nelle sere estive, la voglia
di vedere esplodere non solo il centro storico, ma anche luoghi più periferici
con costi modesti, perché si può fare, si può uscire dai luoghi deputati alla “cultura”
per crearne di nuova, per veder fiorire iniziative.
Non solo lo voterò, conosciamo i meccanismi terrificanti
delle elezioni, molti dei (troppi) candidati non verranno eletti, auspico
veramente che una persona come Mauro, anche in caso di non elezione, venga
ascoltata per creare e portare avanti programmi culturali e non solo, Lecce
conosce Mauro e Mauro conosce Lecce come pochi, se questo non è un valore
aggiunto...
A presto!!
venerdì 10 maggio 2019
Quando si muore si muore soli...
“…Quando si muore si muore soli…” (F. De Andrè)
Potrebbe essere questa frase il capitolo finale della vita di
Angelo. Magistrato in pensione, le sue passeggiate, la sua barca. Sua nel senso
più ampio del termine, se l’era costruita pezzo a pezzo, i suoi viaggi in giro
per il mondo quando poteva, poi un maledetto insignificante incidente, la
rottura del femore che non sapeva guarire. Poi forse il suo chiedersi come mai
una vita così intensa dovesse essere tranciata da un osso rotto. Lui che aveva
fatto dell’organizzazione della sua vita e di quella dei suoi amici il motivo
per bere la vita non a piccoli sorsi ma direttamente a canna dalla bottiglia. E
forse, chissà, non ce l’ha più fatta a vedersi zoppicante, impossibilitato a
vivere la sua vita, la sua barca, le sue ricerche di asparagi selvatici, di
origano. Quel mare che conosceva bene perché lo aveva studiato e vissuto,
chissà, forse l’ha visto nel momento in cui, solo, ha fatto una breve
telefonata e poi ha premuto il grilletto. Dolce e comprensivo, a volte
spigoloso, sicuramente un essere umano, sicuramente una presenza per molti. Viveva
da solo per scelta, ed è brutto quando la telefonata che arriva, ti dice che
Angelo si è sparato, e scopri che non ti stupisce, ti rattrista e basta.
In fondo è vero però “quando si muore si muore soli”, è
forse il momento in cui sfilano ricordi, rimpianti, rimorsi, sorrisi, carezze,
schiaffi, rabbia. Tutto in un clic. Ma non è un computer. E poi il nulla. Per
chi crede esiste un al di là. Solo per chi crede però, per gli altri, forse meno
fortunati, forse semplicemente più materialisti, un ricordo.
L’uomo ha inventato Dio soltanto per non uccidersi.
(Albert Camus)
lunedì 29 aprile 2019
Elezioni amminstrative a Lecce, liste civiche e confusione
Elezioni amministrative a Lecce, partiamo dai numeri.
5 sono i candidati alla carica di Sindaco della città. Un
vero esercito i candidati al consiglio comunale, in 28 liste ci sono 865
candidati pronti a spartirsi i voti dei 78.000 leccesi aventi diritto, con la
variabile delle astensioni, nella scorsa tornata elettorale votarono poco più
di 50.000 elettori. (Giusto per fare un esempio, per le regionali in Piemonte
le liste sono 17, 12 le liste per le comunali di Reggio Emilia). Come finì nel
2017 a Lecce è cosa nota, si chiamava anatra zoppa, niente premio di
maggioranza per il sindaco Salvemini, ricorso per sopravvivere 18 mesi alla
questua di voti provenienti da ambienti e da consiglieri comunali amanti di
guardaroba molto grandi per conservare tutte le casacche da cambiare alla
bisogna. Personaggi che passano con disinvoltura da un partito all’altro
fiutando l’aria di chi vince, non disdegnando neppure, anzi, la lega, non più
nord ma che ha al suo interno una cospicua parte che vede di pessimo occhio i
cittadini che vivono da Firenze in giù.
Ovviamente un matrimonio di convenienza di così bassa “lega”
non poteva durare più di tanto, la crisi del diciottesimo mese incombeva e
costringeva allo scioglimento dell’intero consiglio comunale.
Nonostante queste manovre a Lecce nei 18 mesi con Salvemini
sindaco qualcosa sembrava muoversi, pur con cautela, e pareva di intravvedere
una luce in fondo al tunnel di vent’anni di malgoverno targato Poli
Bortone/Perrone, prima cinguettanti felici assieme, poi divisi e in rotta di
collisione perenne, Però così è andata perché non poteva andare diversamente. Lecce
ha conosciuto un’amministrazione che provava ad amministrare. Cosa non chiara a
chi amava dire, prima, “A Lecce cumandamu nui”.
Ed ora siamo alla vigilia di elezioni con i numeri che si
dicevano.
La geografia delle liste è interessante da leggere. E dà un
esempio della situazione politica confusa e distorta attuale.
Otto liste (Lega, Fratelli d’Italia, Andare Oltre,
Casapound, Movimento Sociale Italiano, Fiamma Tricolore, Popolo per la
famiglia, Giovane Lecce) fanno riferimento all’estrema destra decisamente
fascista, alcuni con punte di xenofobia molto pronunciate, altri con
nostalgie, reminiscenze e amori. Molti
dei candidati in nero erano nel gruppo che, quando arrivò salvini raggiante, lo
accolsero con il braccio teso al grido di “duce duce”. Bei personaggini,
insomma, fuori dalla Costituzione ma
candidati a sostegno del candidato di destra Congedo.
Poche liste hanno nomi riconosciuti di partiti rappresentati
in più alte istituzioni (Democrazia Cristiana, Partito Democratico, Movimento 5
stelle, Forza Italia, UDC). Esiste poi, onore al merito, la lista che sostiene
Mario Fiorella, che raccoglie le schegge di una sinistra perennemente divisa su
tutto, ma capace, in questa occasione, di tentare di fare sintesi con un
candidato di tutto rispetto. Peccato che non si sia riusciti ad un’operazione
più faticosa, più laboriosa, ma probabilmente più riconoscibile da una parte
più ampia delle sinistre, incapaci ancora oggi di vedere e comprendere le
motivazioni di divisioni intuibili solo da addetti ai lavori. Tutto ciò provoca
sconcerto in chi vede amici, compagni, persone che stima, candidati in fazioni
opposte, ma questo è altro discorso.
Esiste poi una
galassia di liste civiche dai nomi anche bizzarri, un civismo che parte da
lontano ma probabilmente non porterà molto lontano, sembrano liste civetta, con
il solo scopo di rastrellare voti, con la percentuale elettori/candidati
esistente, praticamente ogni famiglia sosterrà il suo congiunto.
Ovviamente agli elettori non rimane che informarsi sui
programmi, sull’onestà intellettuale dei candidati, sulla visione di città
aperta, democratica, antifascista, accogliente non solo con i turisti, ma anche
con chi arriva da lontano, e soprattutto con i suoi concittadini,
un’amministrazione che porti al centro le periferie, e magari le porti senza
auto, con piste ciclabili, con mezzi pubblici efficienti, con panchine e
pulizia di strade e giardini. Che avvicini Lecce al suo mare, che abbia come
obbiettivo quello di trasformare piazze e piazzette in agorà, luoghi di
incontro, vita vera.
Sarà difficile scegliere le preferenze (due al massimo, di
sesso diverso e di una stessa lista), perché significa dare mandato a chi si
vota di agire non in proprio nome, ma anche a nome del suo elettore. Per questo
la platea esageratamente eccessiva di nomi e candidati è avvilente. Il civismo
senza ideologie è una scatola vuota perché senza idee. E se questo civismo serve
solo per nascondere scopi diversi, diventa una truffa vera e propria ai danni
degli elettori. Dire né di destra né di sinistra significa dire una cosa di
destra. Dire “non sono razzista, però...” significa dire il proprio razzismo. Dire civico senza un’idea di città aperta,
contro ogni discriminazione, accogliente e con un’amministrazione specchiata
senza nessuno che “cumanda” significa dire destra, la più brutta.
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