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mercoledì 18 settembre 2019

Buon compleanno Mauro!!!!


Facebook (ah non ci fosse Facebook) mi fa sapere di prima mattina anche i compleanni degli amici. Però facciamo la tara, gli amici di Facebook sono tutti amici? A volte, spesso, sono solo più o meno dignitose conoscenze casuali, quelle persone che magari non si ha mai avuto l’occasione di guardare negli occhi bevendo un caffè o un bicchiere di vino, ma tant'è, siamo amici sul social. A volte si condividono pensieri, molto più spesso ci si ignora con signorilità.
Oggi però è il 18 settembre, e il compleanno che compare non è uno qualunque, è di Mauro. Chi è Mauro? Difficoltoso e arduo descriverne la leggerezza, la pacatezza, il pensiero sicuro e caparbiamente determinato, difficile dire di quall'aria vagamente sognante.

In questa mia seconda vita in Salento è stato uno degli incontri che più mi hanno segnato, accompagnato. Forse, anzi, sicuramente è uno dei motivi per cui ho potuto scegliere il Salento tralasciandone tutte le contraddizioni, le porcate, le nefandezze e guardandone le parti migliori, quelle dell’arte, della poesia, del’ironia. Perché Mauro ama la poesia e l'ironia esattamente come ama la vita, perché ama il teatro e insegna a persone che hanno qualche disagio come sopravvivere nel mare in tempesta con il teatro e con la parola scritta.
Perché Mauro è una di quelle persone alle quali penso quando non riesco a decifrare l’irreale realtà di questi e di altri giorni, mi arrovello, alla fine, spesso, mi chiedo “chissà che ne penserebbe Mauro”.
E so che la prima cosa sarebbe un sorriso, magari timido, e poi qualche silenzio pieno di cose dette.
E’ vero, non ci vediamo molto, la vecchiaia mi rende pigro, però… già, però Mauro c’è.
Auguri Mauro, buona vita.

venerdì 30 agosto 2019

Estate, autunno, inverno


Agosto se ne va, si porta dietro un’estate afosa e bizzarra, mare, dialisi, non mangiare questo, non mangiare quello, e ancora mare e poi un governo che cade, uno che si forma per ricadere fra qualche mese. Un girotondo istituzionale in pratica. Estate calda come mi piace, quando il sole ti avvolge e il mare ti accoglie come liquido fetale, mentre i ragazzi camminano in città, ridono, scherzano, sono seri. Mentre passa quella con un seno prorompente e loro guardano facendo finta di guardare altrove. E’ passata anche la festa del santo patrono, con le bancarelle, le luminarie, Bennato in concerto il sindaco in proceessione con gl iassessori, i papaveri alti alti che camminano dietro la statua del santo che nel frattempo è sceso dalla sua colonna per fare lifting. E i ristoranti sono pieni, e sono piene di depliant le buche delle lettere, e il postino che un tempo portava lettere d’amore ora è travolto dalla e - mail e porta solo bollette. Un tempo lo aspettavo con ansia e lui mi urlava per strada “Gianni, è arrivata”, con buona pace della privacy. Però avevo 18 anni, chi se ne fregava della privacy. Un tempo, ora lo si vede da lontano e si dice “cazzo, arriva”, e fai finta di guardare altrove come i ragazzi fanno con quella col seno prorompente. Però lei se ne va, il postino è inesorabile, arriva e basta.
Ricordi di campagne assolate in Piemonte quando nel primo pomeriggio si andava in bicicletta verso Tanaro, detto Beach, con Carlone e il suo mangiadischi e tutto l’armamentario da spiaggia come fosse un mare. E mosche e tafani e zanzare, ma chi se ne fregava allora, eravamo ragazzi, si pedalava sotto il sole delle 14 per un paio di Km su strade sterrate, e quando passavano i grandi in auto sollevavano un polverone che rimaneva sospeso nell’aria un tempo infinito perché non c’era un alito di vento. Ma si andava e si spiava quella più carina. Di solito era un folle amore platonico adolescenziale, poi passava in settembre.
Eggià, passa l’estate calda e afosa, ci aspetta un lunghissimo, infinito autunnoinverno magari senza nebbia, ma con molte rotture di scatole. E, diciamolo, al Natale preferisco il ferragosto. Meno panettoni, meno volemose bene, ma sguardi oltre il mare.


venerdì 19 luglio 2019

Ciao Andrea


E sia, Andrea Camilleri se ne è andato. Di lui rimangono migliaia di pagine scritte che da vent'anni mi accompagnano. Fu un suo conterraneo, Corrado, a farmelo scoprire. Corrado viveva ad Alessandria, poi è tornato a Noto che è la sua terra, ed è la terra di Camilleri, un giorno mi disse “leggiti questo Camilleri, è bravino”, comprai “La concessione del telefono”e fu amore immediato. Da allora Montalbano fa parte della mia vita, Vigàta è un paese che conosco, la vitalità democratica di Camilleri e la sua capacità affabulatoria sono entrate nel dire di ogni giorno. E’ strano come un libro, o una serie di libri, arrivino a far parte del tuo vivere quotidiano, ed è strano come quando il libro finisce ti venga a mancare, così succede che a volte rileggi cose già lette. Solo che l’ultimo romanzo con Montalbano non mi riesce di finirlo, perché Camilleri se ne è andato quando ero agli ultimi capitoli ed io fatico a pensare che non ne leggerò più di nuovi, è un lento addio, una mano che non riesco a lasciare andare.
E’ difficile per un non credente immaginare un aldilà, se però esistesse, ora se ne sta con Sciascia, De Crescenzo e con i pensatori liberi che ci hanno insegnato a vivere e sopravvivere.
E probabilmente sta in un luogo dove fumare non fa male, dove le sigarette le regalano, perché senza lui non sapeva stare. Adieu Andrea, rileggerò i tuoi libri con affetto. Adieu e grazie.  

mercoledì 17 luglio 2019

martedì 18 giugno 2019

trame, servizi deviati e Pino Pinelli che cade giù



Cinquanta anni fa mentre ancora erano in corso  i funerali delle vittime della strage di Piazza Fontana un innocente moriva durante un interrogatorio nella Questura di Milano. Il ferroviere quarantunenne Giuseppe Pinelli, anarchico,  bersaglio di una ignobile montatura che cercava di nascondere i veri responsabili dello stragismo fascista, cadeva dal quarto piano della Questura. “Vittima due volte – così lo ha ricordato il presidente Napolitano nel 2009 durante la Giornata per le vittime del terrorismo- , prima di pesantissimi infondati sospetti e poi di un’improvvisa, assurda fine”.

Nessuno ha pagato per questa scia di morti che ha trasformato l’Italia inaugurando una lunga stagione di stragi e di attentati alla democrazia. Ma chi c’era davvero  in quelle ore nella Questura di Milano?
Parte da questo assunto lo straordinario libro di Paolo Brogi “Pinelli, l’innocente che cadde giù” – dalle carte sugli affari riservati nuova luce su depistaggi e montature-. Furono tempi cupi, quelli in cui i movimenti con venature ancora naif, spontanee, lontani dalle parole della politica politicante, persero l’innocenza. Il 12 dicembre 1969 e le bombe alla banca di piazza Fontana furono la cesura netta fra la voglia quasi goliardica  di voler cambiare il mondo e il tuffo in una realtà fatta di morti, bombe, di Pino Pinelli che cascò dal quarto piano della questura di Milano mentre era in corso il suo interrogatorio basato sul nulla, o meglio sulla pista prefabbricata da una dozzina di “fantasmi” che arrivarono alla questura di Milano direttamente da Roma, erano gli uomini degli affari riservati. Questi presero possesso degli uffici e, sapremo più tardi “Russomanno (capo di questa truttura) parte in tutta fretta da Roma e a Milano scende con l’altro alto funzionario Francesco D’Agostino all’hotel Aosta, in piazza della Stazione. I due soggiornano lì a spese dello stato per parecchi giorni. E arrivano avendo in tasca, come riferisce Francesco D’Agostino, “la lista degli anarchici”. D’Agostino dice di essere arrivato il 13, Russomanno ai magistrati oscillerà tra il 13 e il 14, più tardi a un giornalista che lo intervista nel 2001 dirà sorridendo che è arrivato la sera stessa del 12...”
E chissà perché nessuno lesse i giornali dei giorni precedenti, quelli inglesi in particolare, ripresi in Italia solo ed esclusivamente da L’Unità, L’Espresso e Paese Nuovo.
Il 6 dicembre del 1969 il “Guardian” era uscito con un reportage investigativo firmato da Leslie Finer. Lo stesso giorno anche l’ “Observer” domenicale aveva fatto importanti rivelazioni sulle bombe del 25 aprile.
Cosa aveva rivelato il “Guardian” con quell’articolo intitolato “Greek advice for a coup in Italy”?
Intanto l’autore: Leslie Finer, al quale si deve l’introduzione nel nostro vocabolario politico del concetto di “Strategy of tension”, strategia della tensione, varato proprio in quel dicembre, era all’epoca il più autorevole giornalista europeo che si occupasse della Grecia, paese dove trascorreva buona parte del suo tempo. Finer era un giornalista molto introdotto ad Atene.
Ed era così che era entrato in possesso di una fotocopia della lettera di un alto funzionario del Ministero degli esteri greco (della Giunta militare dei colonnelli), il direttore Michail Kottakis, destinata all'ambasciatore greco a Roma, Pompouras. Nella lettera si riferiva di incontri tra esponenti dei movimenti neofascisti italiani (in particolare un non identificato esponente chiamato in codice «P») ed esponenti della Giunta militare. Nella lettera si diceva che i fascisti italiani stavano cercando di realizzare un colpo di Stato per portare la destra al potere anche in Italia. E si riferiva di attentati preparatori come quelli dell’aprile a Milano alla Fiera Campionaria. Nella lettera il funzionario del ministero si raccomandava con l'ambasciatore perché non venissero alla luce possibili collegamenti tra le autorità greche e l'operato degli «amici italiani», consigliando che questi venissero invitati a cercare assistenza tramite rappresentanze greche non ufficiali.
Ancora più forte la rivelazione dell’ “Observer” del 7 dicembre, che “Paese Sera” riprendeva con il titolo di apertura in prima pagina;: “I colonnelli greci tramano con i fascisti e con il “sig. P” per “un colpo alla greca” in Italia”
Poi nel servizio a pagina 13 il sottotitolo di “Paese Sera” era “La più clamorosa rivelazione dei giornali inglesi riguarda l’attentato dinamitardo  alla Fiera di Milano contro lo Stand della Fiat – I documenti pubblicati indicano che la bomba fu fatta esplodere da fascisti greci e italiani”.
“Paese Sera” riferiva dunque dei contatti tra i fascisti italiani e greci, che secondo il “Guardian” si erano concretizzati in un summit tra il “sig. P” e il capo della giunta Papadopoulos affiancato da Lados. Quest’ultimo aveva detto che per un golpe in Italia bisognava puntare sui dirigenti della polizia.
Un lavoro di inchiesta quello di Brogi, che riporta le testimonianze di Claudia e Silvia, le due figliole di Pino Pinelli che all’epoca dei fatti avevano 8 ed 9 anni e che parlano di quei giorni e di tutta la loro vita futura incredibilmente segnata dal dramma di un padre innocente “caduto” da una finestra, di processi, fango e riabilitazione, lapidi affisse, tolte, cambiate.
Un libro che vale la pena leggere per la ricchezza di informazioni tratte da archivi desecretati, testimonianze e resoconti puntuali e precisi, e che, per chi quei tempi ha vissuto, testimoniano il pantano in cui la Democrazia stava per cadere per mano di servizi segreti deviati, l’ombra della massoneria, una guerra fredda che consentiva ad agenti statunitensi di fare arrivare esplosivo a gruppi neofascisti italiani, e un gruppetto di anarchici, colpevoli di pacifismo, venissero additati da tutti i giornali come i più pericolosi estremisti e stragisti. Unanime fu il lancio il giorno successivo all’arresto di Pietro Valpreda, “un ballerino dall’oscuro passato” titolò l’Unità. Però abbiamo avuto la fortuna di essere in una Democrazia solida nonostante tutto, e di aver avuto altri giornalisti, una su tutti Camilla Cederna, poi i ragazzi che fecero un libricino/inchiesta autoprodotto intitolato “La Strage di Stato” in cui si tiravano alcune somme,   che ci aprirono gli occhi da subito.  

Paolo Brogi
Pinelli, l’innocente che cadde giù
Maggio 2019, Castelvecchi editore
pp. 160, euro 17,50
  
Paolo Brogi, giornalista e scrittore. Ha lavorato a Lotta Continua, Reporter, l’Europeo, Paese sera. Tra i suoi ultimi libri “La lunga notte dei Mille”, “Eroi e poveri diavoli della Grande Guerra”, “68, ce n’est qu’un début”.















domenica 2 giugno 2019

primavera, salvini e varia umanità


Stranezze in questa finta primavera. Piove, non piove, maglione, t-shirt, mare, non mare. Insomma, c’è molta confusione meteorologica, però sembra che si rifletta anche nella vita quotidiana.


Qualcuno, un vicecapo del governo, vuole eliminare il codice degli appalti per due anni. La chiama moratoria. Lo vuole fare per dare slancio ad un’economia malata.
Ora, lo sanno anche i sassi che appalti e subappalti sono linfa vitale per le mafie e la corruzione. Il principio è che eliminando i controlli tutto funzioni meglio e si creino posti di lavoro. Attenzione, non si parla di rendere più efficaci, veloci, repentini e incisivi i controlli contro la corruzione, ma di eliminarli tout court. Dei nuovi posti di lavoro, moltissimi saranno in nero, o no?
Avete presente i caschetti indossati dagli addetti alle impalcature nei cantieri? Servono come protezione per gli stessi. E se qualcuno, un ministro per esempio, ci venisse a dire “siccome gli addetti perdono 25 secondi per indossarli, per meglio sfruttare il tempo, eliminiamo l’obbligo”, beh, forse qualcuno si stupirebbe. E se, dato per assodata l’evasione fiscale, si decidesse di eliminare gli scontrini obbligatori e le fatture per far meglio lavorare le cassiere?
Stramberie, in effetti, esattamente come quella di chiudere i negozi che vendono cannabis light.  Anche in questo caso, come per gli appalti, a ringraziare saranno le mafie e i narcotrafficanti. Da sempre siamo contro il proibizionismo, e da sempre siamo per una distribuzione controllata, unico strumento per togliere alle mafie il potere assoluto su distribuzione, smercio e controllo di ogni tipo di droghe. La crociata che stanno facendo alcune parti retrograde di magistratura e politica è decisamente antistorica. E bene ha fatto CODACONS a ribattere la palla in campo dell’avversario (avversario del buon senso) proponendo che se di fermare la vendita legale di droghe si parla, allora lo si faccia con il tabacco, che, nei fatti, produce dipendenza e cancro come e più dell’innocua marijuana. Per non dire del gioco d’azzardo, tema che pareva caro a una parte del governo (quella con le stelle), ma che nei fatti dilaga come e più di prima. Anche in questo caso è noto come molte cosche e individui non proprio specchiati controllino case da gioco. Ed è noto come le dipendenze dell’azzardo, il GAP (Gioco d’Azzardo Patologico) sia una delle malattie più devastanti per l’economia domestica di moltissime famiglie e sociale. Tuttavia moltissima politica, da quella nazionale più retriva a quella locale, anche, ahinoi, quella sedicente innovatrice e riformista,  non veda il problema. O non voglia vederlo.
E’ pur vero che non siamo soli nel mondo dell’assurdo. Leggo che negli USA un’associazione pro live, quella contro l’aborto in difesa strenua della vita umana, si pronuncia ferocemente contro l’abolizione della pena di morte. Così è.
Per tornare a noi, occorre prestare molta attenzione a quel che accade, alle parole pronunciate da chi vuole togliere le scorte a giornalisti minacciati di morte, a chi attacca magistratura, giornalisti e opinionisti se “rei” di non essere al servizio del più forte. Soprattutto se questo più forte produce strumenti per agevolare non tanto la ripresa economica, quanto il malaffare e le mafie. Occorre fare attenzione a chi vorrebbe proporre aberrazioni, magari chiamate “decreto sicurezza” in cui si propone una sanzione di 5000 euro per chi (attenzione alle parole) SALVA in mare un immigrato.
A pensar male uno potrebbe dire che i voti costano fatica e amicizie, e che poi queste amicizie hanno necessità di essere alimentate con misure idonee a favorirle. Però noi vogliamo essere positivi, e vogliamo credere ancora al primato della politica e del voto.

mercoledì 22 maggio 2019

Voterò Mauro Marino


E allora siamo arrivati agli ultimi boatos di campagna elettorale. Bella o meno sia stata, ognuno ne giudichi e dica. Però è tempo di tirare le fila di un lavoro faticoso. Il vedere molte persone belle, rispettabili e capaci candidate alle amministrative e il sapere di avere un limite immenso che è quello delle due preferenze massime (in una sola lista e, in caso di doppia scelta, devono essere di sesso diverso, pena l’annullamento delle preferenze stesse), di conseguenza occorre optare non certo per il meno peggio, ma per il meglio.
Personalmente è almeno un decennio che, escludendo referendum e amministrative, non vado a votare. Non lo facevo più perché mancano il pathos e la passione sufficienti. Scelta giusta o sbagliata? Non so, è una scelta che chiedo di rispettare. In questa tornata ci sono anche le elezioni europee, e per  queste voterò.
Il ministro degli interni non nega che queste elezioni saranno un referendum pro o contro di lui. Bene, auspico faccia la fine dell’altro Matteo. Voterò contro Salvini, egualmente sceglierò la persona che ritengo migliore. E siccome ho un ballottaggio in testa fra due candidati entrambi validi, preferisco non dire. La notizia è che romperò il ciclo delle astensioni.
Per la prima volta voterò invece per le amministrative leccesi. Prima ero residente altrove. E’ un privilegio ed un onere non da poco. Un onere perchè scegliere non è stato agile, fra le belle persone che conosco, sparpagliate in più liste,  optare, ho solo due preferenze a disposizione, e questo significa scartare alcuni amici e compagni che reputo stimabilissimi.
E’ un privilegio perché con il voto entro con prepotenza nel girone degli amministrati in una città che ho scelto e che amo e dalla quale mi aspetto molto.
Quando arrivai a Lecce, 15 anni fa, sapevo a malapena che questa città era sulla carta geografica,  mi guardai attorno qualche tempo e scoprii un mondo fatto di accoglienza, curiosità. “Cosa ci fa un piemontese qui?” era la domanda più ricorrente. E scoprii una vitalità difficilmente riscontrabile altrove. Qui si fa cultura, e chi la pratica lo fa con fatica, ma con una costanza che è addirittura commovente. Qui si accoglie, appresi e andai a vedere quella scritta sulla stele di Calimera: «Zeno esù en etiù 's ti Kalimera», «straniero tu non sei qui a Calimera». Ecco, non mi sono mai sentito straniero in questi luoghi,  e veramente non è poca cosa. Nel mio percorso leccese ho avuto incontri che mi hanno aperto la mente e il cuore. Ovviamente ci sono stati anche scazzi, pochi però. Arrivavo da una città che pubblica un trisettimanale ed ha le pagine locali de La Stampa e mi ritrovavo in una città piccola come Alessandria, ma con quattro quotidiani che poi sono diventati tre (con l’on line tutto è cambiato ovviamente, ma ne eravamo agli esordi). E dove si legge c’è vitalità, quando poi incontri per caso forse, o forse per empatia, una persona che stimola la tua curiosità con la sua gentilezza piena di cose da dire e dare, con la pacatezza dei saggi e quella rabbia curiosa di voler far uscire dall’ombra nuovi artisti, del voler caparbiamente portare poesia dove poesia non c’è, nel voler lavorare senza orari facendo cultura o dirigendo un giornale; quando questa persona non solo ti accoglie, ma a volte mette a disagio perché l’impressione che ti stia sopravvalutando è molta, perché ti senti ascoltato, significa che questa vale la pena di spendere un voto, il primo per me, a Lecce.
Voterò convintamente Mauro Marino perchè so cosa pensa, soprattutto perché so che se ha pensieri segreti non posso che condividerli perché così è sempre stato. Il documento programmatico che dice di cultura a Lecce, che ho letto e che dice  che la città è anche il Salento tutto. E poi affido a Mauro la speranza di vedere fiorire non un teatro, ma molte piazze e piazzette nelle sere estive, la voglia di vedere esplodere non solo il centro storico, ma anche luoghi più periferici con costi modesti, perché si può fare, si può uscire dai luoghi deputati alla “cultura” per crearne di nuova, per veder fiorire iniziative.
Non solo lo voterò, conosciamo i meccanismi terrificanti delle elezioni, molti dei (troppi) candidati non verranno eletti, auspico veramente che una persona come Mauro, anche in caso di non elezione, venga ascoltata per creare e portare avanti programmi culturali e non solo, Lecce conosce Mauro e Mauro conosce Lecce come pochi, se questo non è un valore aggiunto...
A presto!!

venerdì 10 maggio 2019

Quando si muore si muore soli...




“…Quando si muore si muore soli…” (F. De Andrè)
Potrebbe essere questa frase il capitolo finale della vita di Angelo. Magistrato in pensione, le sue passeggiate, la sua barca. Sua nel senso più ampio del termine, se l’era costruita pezzo a pezzo, i suoi viaggi in giro per il mondo quando poteva, poi un maledetto insignificante incidente, la rottura del femore che non sapeva guarire. Poi forse il suo chiedersi come mai una vita così intensa dovesse essere tranciata da un osso rotto. Lui che aveva fatto dell’organizzazione della sua vita e di quella dei suoi amici il motivo per bere la vita non a piccoli sorsi ma direttamente a canna dalla bottiglia. E forse, chissà, non ce l’ha più fatta a vedersi zoppicante, impossibilitato a vivere la sua vita, la sua barca, le sue ricerche di asparagi selvatici, di origano. Quel mare che conosceva bene perché lo aveva studiato e vissuto, chissà, forse l’ha visto nel momento in cui, solo, ha fatto una breve telefonata e poi ha premuto il grilletto. Dolce e comprensivo, a volte spigoloso, sicuramente un essere umano, sicuramente una presenza per molti. Viveva da solo per scelta, ed è brutto quando la telefonata che arriva, ti dice che Angelo si è sparato, e scopri che non ti stupisce, ti rattrista e basta.
In fondo è vero però “quando si muore si muore soli”, è forse il momento in cui sfilano ricordi, rimpianti, rimorsi, sorrisi, carezze, schiaffi, rabbia. Tutto in un clic. Ma non è un computer. E poi il nulla. Per chi crede esiste un al di là. Solo per chi crede però, per gli altri, forse meno fortunati, forse semplicemente più materialisti, un ricordo.  

L’uomo ha inventato Dio soltanto per non uccidersi.

(Albert Camus)

lunedì 29 aprile 2019

Elezioni amminstrative a Lecce, liste civiche e confusione



Elezioni amministrative a Lecce, partiamo dai numeri.
5 sono i candidati alla carica di Sindaco della città. Un vero esercito i candidati al consiglio comunale, in 28 liste ci sono 865 candidati pronti a spartirsi i voti dei 78.000 leccesi aventi diritto, con la variabile delle astensioni, nella scorsa tornata elettorale votarono poco più di 50.000 elettori. (Giusto per fare un esempio, per le regionali in Piemonte le liste sono 17, 12 le liste per le comunali di Reggio Emilia). Come finì nel 2017 a Lecce è cosa nota, si chiamava anatra zoppa, niente premio di maggioranza per il sindaco Salvemini, ricorso per sopravvivere 18 mesi alla questua di voti provenienti da ambienti e da consiglieri comunali amanti di guardaroba molto grandi per conservare tutte le casacche da cambiare alla bisogna. Personaggi che passano con disinvoltura da un partito all’altro fiutando l’aria di chi vince, non disdegnando neppure, anzi, la lega, non più nord ma che ha al suo interno una cospicua parte che vede di pessimo occhio i cittadini che vivono da Firenze in giù.
Ovviamente un matrimonio di convenienza di così bassa “lega” non poteva durare più di tanto, la crisi del diciottesimo mese incombeva e costringeva allo scioglimento dell’intero consiglio comunale.
Nonostante queste manovre a Lecce nei 18 mesi con Salvemini sindaco qualcosa sembrava muoversi, pur con cautela, e pareva di intravvedere una luce in fondo al tunnel di vent’anni di malgoverno targato Poli Bortone/Perrone, prima cinguettanti felici assieme, poi divisi e in rotta di collisione perenne, Però così è andata perché non poteva andare diversamente. Lecce ha conosciuto un’amministrazione che provava ad amministrare. Cosa non chiara a chi amava dire, prima, “A Lecce cumandamu nui”.
Ed ora siamo alla vigilia di elezioni con i numeri che si dicevano.
La geografia delle liste è interessante da leggere. E dà un esempio della situazione politica confusa e distorta attuale.
Otto liste (Lega, Fratelli d’Italia, Andare Oltre, Casapound, Movimento Sociale Italiano, Fiamma Tricolore, Popolo per la famiglia, Giovane Lecce) fanno riferimento all’estrema destra decisamente fascista, alcuni con punte di xenofobia molto pronunciate, altri con nostalgie,  reminiscenze e amori. Molti dei candidati in nero erano nel gruppo che, quando arrivò salvini raggiante, lo accolsero con il braccio teso al grido di “duce duce”. Bei personaggini, insomma, fuori dalla Costituzione  ma candidati a sostegno del candidato di destra Congedo.
Poche liste hanno nomi riconosciuti di partiti rappresentati in più alte istituzioni (Democrazia Cristiana, Partito Democratico, Movimento 5 stelle, Forza Italia, UDC). Esiste poi, onore al merito, la lista che sostiene Mario Fiorella, che raccoglie le schegge di una sinistra perennemente divisa su tutto, ma capace, in questa occasione, di tentare di fare sintesi con un candidato di tutto rispetto. Peccato che non si sia riusciti ad un’operazione più faticosa, più laboriosa, ma probabilmente più riconoscibile da una parte più ampia delle sinistre, incapaci ancora oggi di vedere e comprendere le motivazioni di divisioni intuibili solo da addetti ai lavori. Tutto ciò provoca sconcerto in chi vede amici, compagni, persone che stima, candidati in fazioni opposte, ma questo è altro discorso.
Esiste poi  una galassia di liste civiche dai nomi anche bizzarri, un civismo che parte da lontano ma probabilmente non porterà molto lontano, sembrano liste civetta, con il solo scopo di rastrellare voti, con la percentuale elettori/candidati esistente, praticamente ogni famiglia sosterrà il suo congiunto. 
Ovviamente agli elettori non rimane che informarsi sui programmi, sull’onestà intellettuale dei candidati, sulla visione di città aperta, democratica, antifascista, accogliente non solo con i turisti, ma anche con chi arriva da lontano, e soprattutto con i suoi concittadini, un’amministrazione che porti al centro le periferie, e magari le porti senza auto, con piste ciclabili, con mezzi pubblici efficienti, con panchine e pulizia di strade e giardini. Che avvicini Lecce al suo mare, che abbia come obbiettivo quello di trasformare piazze e piazzette in agorà, luoghi di incontro, vita vera.
Sarà difficile scegliere le preferenze (due al massimo, di sesso diverso e di una stessa lista), perché significa dare mandato a chi si vota di agire non in proprio nome, ma anche a nome del suo elettore. Per questo la platea esageratamente eccessiva di nomi e candidati è avvilente. Il civismo senza ideologie è una scatola vuota perché senza idee. E se questo civismo serve solo per nascondere scopi diversi, diventa una truffa vera e propria ai danni degli elettori. Dire né di destra né di sinistra significa dire una cosa di destra. Dire “non sono razzista, però...” significa dire il proprio razzismo.  Dire civico senza un’idea di città aperta, contro ogni discriminazione, accogliente e con un’amministrazione specchiata senza nessuno che “cumanda” significa dire destra, la più brutta.