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sabato 6 dicembre 2014

Paolo Conte - Questa sporca vita



Se non avessi questa vita morirei....





Se non avessi questa vita morirei
Ogni mattina questo sole non avrei
Cosi ragazzo, cosi chitarra che non sai
A volertelo spiegare non saprei
Se non avessi questa vita morirei
Tutto il mio cielo in questo sonno spenderei
E piu ci penso e piu mi accorgo che e cosi
Ogni volta mi ritrovo sempre qui
A far trottare sotto il sole e la notte questa sporca vita
Che non ha mai pieta e non e mai finita
Se no che si fa
E piu ci penso e piu mi accorgo che e cosi
Se non avessi questo sogno morirei
In un terrore di vacanze creperei
Sopra l’asfalto in piedi non mi reggerei
A volertelo spiegare non saprei
A far trottare sotto il sole e la notte questa sporca vita
Che non ha mai pieta e non e mai finita
Se no che si fa
Se non avessi questa vita me ne andrei
Sulle scialuppe del tuo cuore salperei
Ma piu ci penso e piu mi accorgo che e cosi

venerdì 5 dicembre 2014

Indignamoci!!!

L’affaire che coinvolge stragisti fascisti, mafia, politica, malaffare, PD, coop già rosse, sinistri sedicenti di sinistra a Roma, il tutto guidato da Carminati, una cui biografia ce la offre Gramellini  su La Stampa, è tutta nelle mani della magistratura. Non sappiamo se Alemanno ne uscirà indenne come sostiene, neppure degli altri coinvolti sappiamo come e fino a che punto sono tali, lo decideranno gli inquirenti. L’unica certezza al momento pare essere la collusione fra personaggi del calibro di Carminati (fascista, stragista, accusato di omicidi e colluso con la mafia, utilizzato dalla P2, dai Servizi deviati e killer per professione) con la politica di ogni colore.

giovedì 4 dicembre 2014

Stiglitz, il nobel all'economia parla all'Europa

Economia
L'economia europea secondo il premio Nobel Stiglitz

 Il 22 settembre scorso, Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’economia, legge la sua Lectio Magistralis alla Camera  dei Deputati di Roma. La stampa italiana non ne diede grande risalto, ma Il Manifesto sulle sue pagine  riporta ampi stralci di questo intervento che incide sulla carne viva dei tanti errori della politica economica europea.
Il testo completo del suo intervento: 

Non ho bisogno spiegare quanto sia drammatica la situazione economica in Europa, e in Italia in particolare. L’Europa è in quella che può definirsi una «triple dip recession», con il reddito che è caduto non una, ma tre volte in pochi anni, una recessione veramente inusuale. Così l’Europa ha perso la metà di un decennio: in molti paesi il livello del Pil pro capite è inferiore a quello del 2008, prima della crisi; se si estrapola la serie del Pil europeo sulla base del tasso di crescita dei decenni passati, oggi il Pil sarebbe del 17% più alto: l’Europa sta perdendo 2000 miliardi di dollari l’anno rispetto al proprio potenziale di crescita.

Oggi abbiamo a disposizione una grande quantità di dati sull’impatto delle politiche di austerità in Europa. I paesi che hanno adottato le misure più dure, ad esempio chi ha introdotto i maggiori tagli al proprio bilancio pubblico, hanno avuto le performance peggiori. Non solo in termini di Pil, ma anche in termini di deficit e debito pubblico. Era un esito previsto e prevedibile: se il Pil decresce anche le entrate fiscali si riducono e questo non può far altro che peggiorare la posizione debitoria degli stati. Tutto ciò avviene non perché questi paesi non abbiano realizzato politiche di austerità, ma proprio perché le hanno seguite. In molti paesi europei siamo di fronte non a una recessione, ma a una depressione.

La Spagna, ad esempio, può essere descritta come un paese in depressione se si guardano gli impressionanti dati sulla disoccupazione giovanile di quel paese. La disoccupazione media è al 25% e non ci sono prospettive di miglioramento per il prossimo futuro (…).
Quali sono le cause? Devo dirlo con molta franchezza: l’errore dell’Europa è stato l’euro.
Quando faccio questa affermazione voglio dire che l’Euro è stato un progetto politico, un progetto voluto dalla politica. Robert Mundell, premio Nobel per l’economia, sosteneva fin dall’inizio che l’Europa non presentava le caratteristiche di un’«area valutaria ottimale», adatta all’introduzione di un’unica moneta per più paesi. Ma a livello politico si riteneva che la moneta unica avrebbe reso l’Europa più coesa, favorendo l’emergere delle caratteristiche proprie di un area valutaria ottimale. Questo non è successo; l’euro, al contrario, ha contribuito a dividere e frammentare l’Europa.

GLI ERRORI CONCETTUALI
Vediamo gli errori concettuali alla base del progetto dell’euro (…). Quando si crea un’area monetaria si vanno ad eliminare due meccanismi di aggiustamento, i tassi di cambio e i tassi di interesse. Gli shock sono inevitabili e in assenza di meccanismi di aggiustamento si va incontro a lunghi periodi di disoccupazione. I 50 stati federati degli Usa hanno un bilancio unitario a livello federale e due terzi della spesa pubblica negli Stati Uniti sono a livello federale. Quando uno stato come la California ha un problema, può contare ad esempio sull’assicurazione pubblica contro la disoccupazione, che è finanziata da fondi federali. Se una banca in California è in crisi, viene attivato un fondo di emergenza anch’esso dotato di risorse federali. Un’altra differenza di fondo tra gli stati che compongono gli Usa e quelli dell’Unione Europea è che nessuno negli Stati Uniti si preoccuperebbe per lo spopolamento del Sud Dakota a seguito di una crisi occupazionale, anzi, l’emigrazione è vista come un meccanismo fisiologico. Ma in Europa un’emigrazione come quella che ha caratterizzato la componente più giovane e istruita della popolazione del sud Europa — dove la disoccupazione giovanile è a livelli elevatissimi — ha effetti negativi di impoverimento di quei paesi, con tensioni sociali e frantumazione delle famiglie. Sono costi sociali che non sono calcolati dal Pil. Tutto ciò era stato in qualche modo previsto nel momento in cui si è deciso di introdurre l’euro (…).

Quali altri errori sono stati compiuti? Innanzi tutto l’idea che le cose si sarebbero risolte se i paesi avessero mantenuto un basso rapporto tra deficit o debito pubblico e Pil. È l’idea che sta dietro al Fiscal compact. Ma non c’è nulla nella teoria economica che offra un sostegno ai criteri di convergenza adottati in Europa. Anzi, la realtà ci mostra come quei criteri fossero sbagliati: Spagna e Irlanda avevano un bilancio pubblico in avanzo prima del 2009, non avevano sprecato risorse. Eppure hanno avuto delle crisi gravissime. Il debito ed il disavanzo di questi paesi si sono creati successivamente, per effetto della crisi, e non viceversa. Il fatto di aver introdotto un Fiscal compact che impone vincoli ferrei al disavanzo e al debito non risolverà i problemi, né aiuterà a prevenire la prossima crisi.

Un altro elemento che non è stato valutato appieno è che quando un paese si indebita in euro, piuttosto che in una moneta emessa dal paese che contrae il debito, si creano automaticamente le condizioni per una crisi del debito sovrano. Il rapporto debito/Pil negli Stati Uniti è analogo a quello europeo ma gli Usa non avranno mai una crisi del debito sovrano come quella che ha investito l’Europa. Perché? Perché l’America si indebita in dollari, e quei dollari verranno sempre rimborsati perché il governo degli Stati Uniti può stampare i propri dollari.

La crisi che ha colpito i debiti sovrani di numerosi paesi europei negli ultimi anni è simile a quanto ho visto molte volte quando ero capo economista della Banca Mondiale: paesi come l’Argentina o l’Indonesia hanno vissuto profonde crisi causate proprio dal fatto che si erano indebitati in valute che non potevano controllare. Quando questo avviene c’è sempre il rischio di una crisi del debito, e in Europa le condizioni per questo tipo di crisi sono state create con l’introduzione dell’euro. L’unica soluzione possibile nell’attuale situazione europea è piuttosto semplice e si chiama Eurobond. Tuttavia, sembrano esserci ostacoli politici a questa soluzione che la rendono impraticabile, ma questa sembra l’unica via d’uscita logica.

Inoltre, con l’euro si è creato un sistema fondamentalmente instabile. L’obiettivo iniziale era quello di favorire la convergenza tra gli stati europei, attraverso la disciplina fiscale dei paesi membri. Il sistema che è stato creato in realtà produce divergenza. Il mercato unico, la libera circolazione dei capitali in Europa sembrava essere la strada verso una maggiore efficienza economica. Ma non ci si rese conto del fatto che i mercati non sono perfetti. Negli anni ottanta c’erano alcuni economisti convinti del perfetto funzionamento dei mercati, mentre oggi siamo consapevoli delle innumerevoli imperfezioni che li caratterizzano. Ci sono imperfezioni da lato della concorrenza, imperfezioni sul versante del rischio e dell’informazione. I mercati non sono quelli descritti dai modelli economici semplificati (…).

L’INSISTENZA SULLE RIFORME STRUTTURALI
Oggi si insiste molto sulle riforme strutturali che i singoli stati dovrebbero introdurre (…) Quando si sente la parola riforma si è portati a pensare a qualcosa dagli esisti sicuramente positivi, ma sotto quest’etichetta possono nascondersi misure dagli esiti profondamente negativi. Le riforme strutturali in realtà sono quasi tutte viste dal lato dell’offerta, con obiettivi come l’aumento dell’offerta o della produttività. Ma, è realmente questo il problema dell’Europa e dell’economia globale? No. I problemi oggi sono legati a una debolezza della domanda, non dell’offerta. Le riforme strutturali sbagliate aggraveranno, attraverso la riduzione dei salari o l’indebolimento degli ammortizzatori sociali, la debolezza della domanda aggregata, con ovvie conseguenze su disoccupazione e dinamica macro-economica. E’ necessario anche riflettere sul momento in cui si possono adottare tali riforme.

Senza scendere nel merito delle riforme del mercato del lavoro nei diversi paesi europei, vorrei farvi notare che i paesi caratterizzati da un mercato del lavoro fortemente flessibile non hanno evitato le gravi conseguenze della crisi. Gli Stati uniti erano apparentemente il paese con il mercato del lavoro più flessibile, ma hanno avuto una disoccupazione al 10%. E anche oggi, quando viene propagandata la grande ripresa dell’economia statunitense, con una disoccupazione ridotta al 6%, bisogna pensare che c’è una fetta della popolazione americana sfiduciata al punto tale da aver smesso di cercare un’occupazione. Il tasso di disoccupazione reale degli Stati Uniti è attorno al 10% (…).

Che cosa dovrebbe dunque fare l’Europa? Sembra veramente difficile che si possa risolvere la crisi intervenendo con riforme nei singoli paesi senza riformare la struttura dell’eurozona nel suo complesso. Su alcuni di questi interventi strutturali sembrerebbe esserci un discreto consenso.

In primo luogo, una vera Unione bancaria, fatta di vigilanza e di assicurazione comune sui depositi, faciliterebbe la risoluzione congiunta delle crisi. Si tratta di misure urgenti, e l’urgenza è data dai numerosi fallimenti di imprese e banche, che possono danneggiare seriamente le prospettive di crescita future.

In secondo luogo, è necessario un meccanismo federale di bilancio in Europa che potrebbe prendere, ad esempio, la forma degli Eurobond, una soluzione pratica e facile che consentirebbe all’Europa di utilizzare il debito in funzione anticiclica, come hanno fatto gli Stati Uniti in questi anni. Se l’Europa potesse indebitarsi a tassi di interesse negativi come stanno facendo gli Stati Uniti potrebbe stimolare molti investimenti utili, rafforzare l’economia e creare occupazione. E i soldi che oggi vengono spesi per il servizio del debito dei singoli paesi potrebbero essere utilizzati per politiche di stimolo alla crescita.

In terzo luogo, l’austerità va abbandonata e va adottata una strategia articolata di crescita. I paesi europei sono molto diversi tra loro, ad esempio in termini di produttività. Sono dunque necessarie politiche industriali che favoriscano la crescita della produttività nei paesi più deboli, ma tali politiche sono precluse dai vincoli di bilancio imposti agli stati membri.

Un ostacolo ulteriore è rappresentato dalla politica monetaria. Negli Stati Uniti la Federal Reserve ha un mandato articolato su quattro obiettivi: occupazione, inflazione, crescita e stabilità finanziaria. Oggi il principale obiettivo della Federal Reserve è l’occupazione, non l’inflazione. Al contrario la Banca Centrale Europea ha come unico mandato l’inflazione, si concentra unicamente sull’inflazione. Questo viene da un’idea che era molto di moda, benché non comprovata da alcuna teoria economica, quando lo Statuto della BCE è stato redatto. L’idea consisteva nel considerare la bassa inflazione come l’elemento di traino fondamentale e quasi esclusivo per la crescita economica. Nemmeno il Fondo Monetario Internazionale condivide più questa convinzione, ma l’Europa non sembra in grado di abbandonarla.

Questa politica monetaria sbagliata, può produrre e sta producendo conseguenze economiche gravi. Se gli Stati Uniti mantengono bassi i loro tassi di interesse per stimolare la creazione di nuovi posti di lavoro, mentre in Europa i tassi continuano a mantenersi più elevati, in una logica anti-inflazionistica, questo favorisce l’afflusso di capitali e l’apprezzamento dell’euro. E questo, ovviamente, rende ancora più difficile esportare le merci europee con un evidente impatto negativo sulla crescita. Quando gli Stati uniti hanno cominciato ad adottare un politica monetaria fortemente espansiva ricorrendo al «Quantitative easing», l’esito positivo di questa politica è stato facilitato dal fatto che l’Europa non ha fatto lo stesso.

PATOLOGIE USA E UE
Se l’Europa avesse abbassato i propri tassi di interesse nello stesso modo in cui l’ha fatto la Federal Reserve, la ripresa negli Stati Uniti sarebbe arrivata molto più lentamente. Il paradosso, dunque, è che gli Stati Uniti dovrebbero ringraziare l’Europa per aver aiutato la ripresa dell’economia americana tramite le sue politiche monetarie sbagliate.

Ci sono altri aspetti da considerare. Viviamo oggi in un economia fortemente legata all’innovazione tecnologica e alla conoscenza. Ma per favorire l’innovazione sono necessari investimenti costanti e di grandi dimensioni in comparti come l’istruzione e le infrastrutture. Si tende a pensare agli Stati Uniti come a un’economia innovativa. Questo è vero, ma è necessario ricordare che negli Stati Uniti le innovazioni più importanti, come Internet ad esempio, sono state sostenute e finanziate attivamente dal governo. C’è stata una politica attiva dell’innovazione. Quando ero a capo del Gruppo dei consiglieri economici della Casa bianca, verificammo che i benefici degli investimenti pubblici in innovazione erano superiori a quelli prodotti dagli investimenti privati. Si tratta di esempi di politiche attive per la crescita che avrebbero effetti molto positivi e che vanno in una direzione opposta a quella del rigore che sta strangolando l’Europa.

Infine, dobbiamo renderci conto che sia l’economia europea che quella statunitense erano affette da un patologia ancor prima dell’esplosione della crisi. Fino al 2008 l’economia europea e quella americana erano sostenute da una bolla speculativa che interessava principalmente il settore immobiliare. In assenza di quella bolla si sarebbero visti tassi di disoccupazione molto più elevati. Ovviamente non vogliamo tornare a una crescita fondata su bolle speculative (…).

È necessario comprendere, dunque, quali sono i problemi di fondo che colpivano le nostre economie già prima della crisi e che, oltre a non essere stati affrontati sino ad oggi, sono peggiorati durante la recessione. Il primo problema sono le disuguaglianze crescenti nelle nostre società. La crisi ha contribuito ad aumentarle ovunque, negli Stati uniti i benefici della ripresa sono andati quasi completamente all’1% più ricco della popolazione. Negli Usa il valore del reddito mediano (quello che vede metà degli americani con redditi più alti e l’altra metà con redditi inferiori) al netto dell’inflazione è oggi più basso di 25 anni fa. Questo fa si che la famiglia americana media non abbia soldi da spendere e, di conseguenza, la domanda aggregata rimane debole. Il secondo elemento è legato alla necessità di una trasformazione strutturale verso l’economia della conoscenza. Una trasformazione che i mercati non sono in grado di gestire. Il ruolo di guida e di stimolo di tali trasformazioni dev’essere esercitato dai governi i quali, a causa della crisi attuale, non hanno in alcun modo svolto questo compito (…)

La politica industriale sarà senz’altro uno degli strumenti fondamentali per uscire da questa situazione. È necessario un Fondo europeo per la disoccupazione e un Fondo europeo per le piccole imprese, investimenti che vadano molto oltre quello che fa oggi la Banca europea degli investimenti.

Oltre alle cose che andrebbero fatte vi sono, però, anche cose che non vanno fatte. Per quanto riguarda il mercato del lavoro, ho già detto che maggiore flessibilità non aiuterà a risolvere i problemi attuali, anzi li aggraverà aumentando le disuguaglianze e deprimendo ulteriormente la domanda. La situazione italiana, ad esempio, vede già presente un elevato grado di flessibilità; aumentarla ancora indebolirebbe l’economia senza portare vantaggi. Bisogna essere molto cauti.

COSA NON BISOGNA FARE
Un’altra cosa che l’Europa non deve fare è sottoscrivere il Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti (Ttip). Un accordo di questo tipo potrebbe rivelarsi molto negativo per l’Europa. Gli Stati Uniti, in realtà, non vogliono un accordo di libero scambio, vogliono un accordo di gestione del commercio che favorisca alcuni specifici interessi economici. Il Dipartimento del Commercio sta negoziando in assoluta segretezza senza informare nemmeno i membri del Congresso americano. La posta in gioco non sono le tariffe sulle importazioni tra Europa e Stati uniti, che sono già molto basse. La vera posta in gioco sono le norme per la sicurezza alimentare, per la tutela dell’ambiente e dei consumatori in genere.

Ciò che si vuole ottenere con questo accordo non è un miglioramento del sistema di regole e di scambi positivo per i cittadini americani ed europei, ma si vuole garantire campo libero a imprese protagoniste di attività economiche nocive per l’ambiente e per la salute umana. La Philip Morris ha fatto causa contro l’Uruguay perché l’Uruguay vuol difendere i propri cittadini dalle sigarette tossiche. La Philip Morris nel tentativo di contrastare le misure adottate in Uruguay per tutelare i minori o i malati dai rischi del fumo si è appellata proprio ai quei principi di libero scambio che si vorrebbero introdurre con il Ttip. Sottoscrivendo un accordo simile l’Europa perderebbe la possibilità di proteggere i propri cittadini. Questo tipo di accordi, inoltre, aggravano le disuguaglianze e, in una situazione come quella europea, rischierebbero di approfondire la recessione.

SI PUÒ ANCORA ASPETTARE?
L’Europa può ancora permettersi di aspettare? Se non si cambia la struttura dell’eurozona, se l’Europa continua sulla strada attuale, si candida a perdere un quarto di secolo, dovete esserne consapevoli. Quando eravamo nel mezzo della Grande Depressione degli anni trenta, non si sapeva quanto sarebbe durata, ed è finita solo con la seconda guerra mondiale e la massiccia spesa pubblica che l’ha accompagnata. Non dobbiamo augurarci che l’attuale crisi venga risolta allo stesso modo, ma oggi l’Europa ha le mani legate.

Infine, la questione della democrazia. C’è un deficit di democrazia creato dall’introduzione dell’euro. Gli elettori votano a favore di un cambiamento delle politiche, poi arriva un nuovo governo che dice «ho le mani legate, devo seguire le stesse politiche europee». Questo compromette la fiducia nella democrazia. Oltre alle argomentazioni economiche che rendono necessario un cambiamento c’è questa disaffezione nei confronti della politica, che porta al rafforzamento delle forze estremiste. Non è soltanto l’economia che è in gioco, la posta in gioco è la natura delle società europee.



Folla sulla cattedrale di Tricase


Affollatissimo tetto nella cattedrale di Tricase
chissà se da lassù benedicono sotto o guardano stupiti...



mercoledì 3 dicembre 2014

Famoso non sarai se in Salento non passerai.

Faceva notare l’amico Pierpaolo Tarsi in un bell’articolo su Fondazione terra d’Otranto come sia difficile diventare noti senza avere avuto almeno un passaggio nel basso Salento. Negli ultimi mesi abbiamo letto che la Cristoforetti, prima donna astronauta italiana, è stata a Galatina a imparare a volare. Dopo di lei una notizia più triste, però il personaggio è, ahinoi, noto. Il medico di Emergency colpito da ebola è stato lui pure a Galatina, in ospedale però. I giornali salentini non possono che fiondarsi su queste notizie quasi a dimostrare l’imprescindibile salentinità dell’umanità intera. Ma forse non sanno che Adriano Celentano una volta mangiò una guantiera di pasticciotti regalatigli da un fan. Senza quelli sarebbe a mendicare nella via Gluk forse. Anche il nobel Dario Fo ben otto volte (cosa che lo lanciò nella corsa all’ambito riconoscimento) pronunciò la parola “Salento”. Ah questi giornalisti che si lasciano sfuggire queste chicche, non ci sono più i reporter di una volta!
C’è tuttavia una salentina DOC che è assurta alle cronache internazionali e, chissà perchè, nessuno sembra volerne parlare, nessuno è profeta in patria evidentemente.

martedì 2 dicembre 2014

Tremonti voleva vendere le coste. Renzi lo fa!

Riporto l’articolo su L’Espresso che riguarda un disegno di legge incredibile, che offre la proprietà delle spiagge trasformando il demanio in patrimonio. In allegato il DDL completo. Si tratta di un vero e proprio regalo agli speculatori e a quanti hanno interessi di ogni tipo a danno e a scapito delle persone che vogliono semplicemente avvicinarsi al mare. Dovremo pagare il pizzo anche per fare una passeggiata sulla battigia? 

L' (in)civiltà dentro facebook.

269 “mi piace”, 354 condivisioni. Sono gli esiti di un post pubblicato su facebook. Il testo della frase che tanto piace e tant osi condivide era: “sei morta troia”, l’aveva messa la persona che poco prima aveva ammazzato l’ex moglie. Mille domande si possono fare, probabilmente si avranno mille risposte, l’anonimato della rete consente a chiunque di dire qualunque cosa, senza ritegno, senza remore, senza regole. Le regole sociali che si perdono come si perde il linguaggio, la capacità di parlare guardandosi negli occhi. Quanti “mi piace” circolano in rete? Quanti sconosciuti si prodigano a solidarizzare con non si sa cosa o chi? E’ appena passata la giornata contro la violenza sulle donne, subito un padrone ritiene di poterne massacrare una e di postare la sua virilità su facebook. E’ ancora vivo l’orrore per il bimbo ammazzato negli USA e in Italia un bimbo di otto anni viene trovato strangolato e gettato in un canale, una violenza che è stillicidio, goccia a goccia, i morti per fame e morbillo sono lontani, troppo. Non li contiamo neppure, macchè, noi contiamo i nostri morti, quello della donna uccisa da un ex marito con il quale ha condiviso attimi, anni, giorni, esperienze, con il quale ha fatto un figlio. E subito davanti ad una tastiera 354 complici dell’omicida condividono, come fosse festa.  Subito 269 mettono “mi piace”, con gioia forse, sicuramente senza coscienza, senza etica, senza messaggi diversi da quelli dell’orrore. Queste sono persone che domani andranno a votare, che forse, al bar sport, commentano la partita del milan (o della juventus, per par condicio) e che certamente non conoscono grammatica e sintassi. Nessun’altra diversa da quella dell’inciviltà. Intanto noi ci chiediamo in quale maledetto mondo stiamo vivendo, soprattutto quali mostri ha creato la nostra (in)civiltà. Nessuno, penso, si può sentire non coinvolto, come diceva De Andrè un tempo. 


lunedì 1 dicembre 2014

Lecce, la città dove pubblico e privato interagiscono nella lotta contro i pedoni.

Par condicio a Lecce. Le tre foto sotto sono state scattate nel giro di 100 mt. in via Cesare Battisti Nella prima e seconda è palese l'imbecillità di alcuni ignobili privati che, sia pure in presenza di cassonetti e campane vuoti, lasciano  a terra le loro immondizie. 
Nella terza invece è il Comune a brillare per assenza. Un' apoteosi di erbacce   In entrambi gli interventi (quello pubblico e quello privato) si evince la ferma volontà di impedire l'utilizzo  del marciapiedi, con particolare riguardo per le mamme con bimbi su passeggini e delle carrozzine per invalidi. Chapeau! 




domenica 30 novembre 2014

TAP... solo un tubetto

Le foto sotto sono di Sant’Andrea. A poche decine di metri da qui, a San Foca,  qualcuno insiste per far arrivare TAP. Un “tubetto”. Non so perché ma mi sembra che avrebbe lo stesso effetto mettere antenne per telefoni cellulari sulla torre di Pisa, “sono solo antennucce”.