E’ un giorno qualunque.
E’ Lecce, ma potrebbe essere Torino o Genova, non importa. In certi luoghi c’è
un’omologazione inquietante. Ricordo un ministro che consigliava agli anziani
di andare, in estate, nei centri commerciali. C’è l’aria condizionata. E oggi
il mio frigorifero è desolatamente vuoto. Potrei spacciarla come frutto della crisi che attanaglia. La realtà è altra, è vuoto e basta. Quando lo apro vedo
l’acqua e quella superstite scatoletta di tonno tristemente sola. Sott’olio
però. Allora entro nel regno dell’aria condizionata e della spesa. Tutto bello,
colorato. Le cassiere tutte in fila. Qualcuna sorride affabile. Altre sono
proprio avvilite, tristi. Sarebbe il caso di offrire loro un fiore, però non si
fa. Passo fra i corridoi. Tonnellate di biscotti con o senza gocce di
cioccolato. Con o senza glutine. Con il latte o con le mandorle. L’apoteosi,
l’inno al diabete e all’obesità. Intanto penso ai tre o quattro tipi di
biscotti che trovavo il secolo scorso, quando eravamo meno intelligenti e più bruttini.
Come diamine facevo senza le ciambelline al cocco? O quelle ripiene di crema di
limone? O quelli integrali e ricchi di fibre? Mistero. Però quelli integrali non li compero mai,
sanno di segatura.
Proseguo indifferente per
la mia strada. Duecento metri quadri di pasta incombono. Se frana uno scaffale
rischio il soffocamento da fusilli, o di venire trafitto da spaghetti numero 5.
Pasta all’uovo, senza uovo, con farina altoatesina o trafilata in bronzo. Roba
da perdersi. Poi la trincea di assorbenti.
Devono procurare molta felicità alle signore, sono tutte con smaglianti sorrisi
su quelle confezioni. Poi i pannoloni per bambini. Almeno otto tipi diversi. E
tutti sono “morbidissimi”. “Notizia assolutamente idiota” mi dico “se li
rivestissero di carta abrasiva non li venderebbero mica”. Lì vicino c’è la
carta igienica. Discorso delicato anche
questo. Due veli, quattro veli o otto? Bel dubbio, mi accompagnerà per tutto il
giorno. E io che ero abituato alla carta igienica e basta. C’è la confezione economica.
Un metro cubo circa: “confezione famiglia”. Per famiglie molto numerose
però. O molto “produttive”. Meglio scegliere la confezione non famiglia. Avrei bisogno di
un trasportatore per portarla a casa. Prendo in base al prezzo, senza curarmi
degli optional: decorazioni, tinta, vellutata, morbida. Anche qui vale il
discorso della carta abrasiva. Pare che alcune siano griffate da noti creativi.
Nell’intimità del bagno, essere in compagnia di una nota griffe rende tutto più leggero e facile forse. In
effetti alcuni designer ... aiutano.
Poi passiamo ai formaggi,
si va dal pregiatissimo montebora delle valli piemontesi, conservato in
apposite casseforti e venduto a carati, si narra di pattuglie della mondialpol
che scortano preziosi carichi di tome. E si arriva ai più normali e meno
mistici gorgonzola, provolone e via dicendo. Ancora la scelta non è facilissima
in realtà. Fra DOC, DOP, senza grassi aggiunti (ma chi diavolo aggiunge grassi
ai già grassi formaggi?), ricco di qualche vitamina che pensavo inesistente,
prodotto con latte di mucche che pascolano sulla prima montagna a destra delle
Dolomiti. Conturbanti mozzarelle freschissime. Improbabili formaggi con i
buchi. Addizionati con peperoncini o erbette, anche queste di montagna. Scelgo
il solito, quello che prendo quasi sempre.
Per il caffè non ho
problemi. Evito quelli di montagna, quelli paradisiaci, quelli con i chicchi
misurati uno ad uno da operatori laureati in ingegneria, quelli tostati con la
brace di legname che arriva direttamente dall’Amazzonia, e prendo il solito.
Non so bene se sia di montagna o di mezza collina, però ha un buon rapporto
qualità prezzo. Poi è salentino.
Ancora la frutta.
Un’apoteosi di fragole grandi come pesche, pesche belle come mele, mele rose e
lucide che neppure in lavatrice, banane di mezzo metro di lunghezza e poco
oltre quelle “colte dall’albero” lunghe cinque centimetri ma care il triplo di
quelle da mezzo metro. Poco prima ero passato vicino al reparto casalinghi.
C’erano frutti finti “tanto belli da sembrare veri”. Qui invece sono veri, e
belli, “sembrano addirittura finti”. Mi sto perdendo, non so distinguere il
vero dal falso.
Comunque prendo qualcosa.
Quelle albicocche grandi come pesche sembrano carine.
E mi sento parte della
modernità. Pensate che una volta mangiavo fragole grandi come fragole. Roba da
matti.
Passo poi fra il riso.
Apoteosi dell’inquietante, osceno parboiled. Quello che ha una consistenza
plasticosa. Non scuoce mai. Proprio come le albicocche che non maturano mai,
passano dallo stato semi acerbo a marcire. Un risotto con i funghi fatto con
quella roba lì è come un fiore finto profumato artificialmente. Per fortuna nello scaffale in basso trovo il
carnaroli. Questo si.
E va bene, passo in mezzo
a quei seimila tipi di creme e budini che si fanno in “soli 3 minuti”,
attraverso una cascata di cioccolato fondente, al latte, senza zucchero, fatto
con cacao prodotto da Pancho, campesino guatemalteco che coccola uno ad uno i
frutti, pare li battezzi anche. Quando uno viene caricato e trasformato in
cacao, Pancho piange e dice alla moglie “guarda, Pedro se ne è andato”. Solo in
questo caso sarebbe giustificato il prezzo.
Poi scelgo la cassiera
che sorride di più. “Vuole una busta?” “Anche due, grazie”. “Ha la tessera?”
“Tessera? No guardi, sono un elettore libero” “Quella del supermercato
intendevo” “Ops, no, non ho la tessera ”. “Arrivederci e grazie”. Esco,
incrocio una grassa signora che spinge un meraviglioso bambino nel passeggino
che sorride a tutti. “Ha sicuramente pannoloni morbidi” mi dico trascinandomi
verso l’auto.
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