“La mafia? È ormai
dovunque, nel mondo: ma qui, a Catania, no. Lo escludo. Davanti al mondo
testimonio che mai pressione o intimidazione c’è stata, in questa parte della
Sicilia, in questa città storicamente immune dal cancro che mi dite. Polveroni,
chissà da chi ispirati.” [Intervista al sindaco Angelo Munzone su La
repubblica, 9 gennaio 1984]
Catania, solo 4 giorni prima di questa ignobile
dichiarazione, il 5 gennaio 1984, venne assassinato Giuseppe (Pippo) Fava. Era
giornalista, scrittore, sceneggiatore. Già direttore responsabile de Il
Giornale del Sud e fondatore del periodico antimafia I Siciliani, proprio nella
sua regione fu il secondo giornalista trucidato dalle cosche dopo Peppino
Impastato.
Nato a Palazzolo
Acreide (Siracusa) il 15 settembre 1925, si trasferì con la famiglia a Catania.
Laureato in giurisprudenza, divenne giornalista professionista e collaborò con
la Domenica del Corriere, Tuttosport, Tempo illustrato. Caporedattore di
Espresso Sera fino al 1980, riuscì ad intervistare alcuni boss di cosa nostra.
Passò al Giornale Del Sud realizzando una testata coraggiosa, lottò a lungo
contro la base missilistica di Comiso, e contro le collusioni che denunciava
con ostinata puntualità, poi il suo
giornale venne acquistato da personaggi
sconosciuti: Lo Turco, Graci, Aleppo e Salvatore Costa. Lo Turco e Graci in
particolare frequentavano Nitto Santapaola. Dopo un attentato al giornale, Fava
venne licenziato i suoi colleghi per solidarietà occuparono il Giornale che
presto venne chiuso.
Pippo Fava |
Disoccupato, fondò una cooperativa senza il becco di un
quattrino, con cambiali acquistò l’indispensabile per fare uscire I Siciliani
che divenne immediatamente un organo importantissimo per i movimenti antimafia.
Denunciava collusioni, faceva inchieste su attività illecite che portavano fino
a Sindona, collegò tali attività al clan Santapaola-
Alle 22 del 5 gennaio a bordo della sua Renault, venne
freddato con cinque proiettili alla nuca. In perfetto stile mafioso si parlò di
delitto passionale. Il sindaco rifiutò esequie ufficiali con l’ignobile frase citata,
l’onorevole Drago chiese la chiusura immediata delle indagini per “non far
scappare le fabbriche al nord” (le stesse gestite dagli amichetti di Sindona).
Nonostante loro una folla immensa si strinse attorno ai giornalisti durante i
funerali. Catania non era mafiosa, mafiosi e collusi erano i suoi
amministratori.
Vari gradi di processo finiti nel 2003 videro condannati
Nitto Santapaola, Marcello D’Agata, Francesco Giammuso, Lado Ercolano, Maurizio
Avola.
“Se un giornale non è capace di questo (dire le verità
n.d.r.), si fa carico anche di vite umane. Persone uccise in sparatorie che si
sarebbero potute evitare se la pubblica verità avesse ricacciato indietro i
criminali: ragazzi stroncati da overdose di droga che non sarebbe mai arrivata
nelle loro mani se la pubblica verità avesse denunciato l’infame mercato,
ammalati che non sarebbero periti se la pubblica verità avesse reso più
tempestivo il loro ricovero. Un giornalista incapace – per vigliaccheria o calcolo
– della verità si porta sulla coscienza tutti i dolori umani che avrebbe potuto
evitare, e le sofferenze. Le sopraffazioni. Le corruzioni, le violenze che non
è stato capace di combattere. Il suo stesso fallimento! (Pippo Fava)
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