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mercoledì 15 giugno 2022

Laghi, fiumi, utopie ...

 

“Che cos’è un lago, Maurice?” “è un fiume che si è addormentato ed ha sognato di diventare mare” “Perchè non c’è riuscito?” “Non tutti i sogni durano abbastanza a lungo”…

 

Antonietta De Pace

E’ una citazione trovata on line. Già la riportai in altre epoche, e su altre pagine. Però ogni tanto ritorna, mi accompagna. Perché fiumi laghi e mari sono costantemente indispensabili per me. Non si tratta della necessità fisiologica dell’acqua, è altra cosa, forse più inutile?  L’acqua così penetrabile e avvolgente, così dolce e fresca, che seduce ed inquieta,perché lei erode anche le rocce. Nelle litoranee salentine, gli scogli  hanno tutti un profondo incavo dove batte il mare. Eppure mi prende e mi culla, mi  ammalia ed affascina. Ed il fiume che diventa lago e sogna di diventare mare,  forse oceano, che sa di potercela fare  a mutare la fisionomia del Salento come della Liguria, quel fiume dove vola? Ah le contraddizioni, un fiume non sa volare come il gabbiano.

Il cane che ci seguiva ieri notte, mentre camminavamo in riva al mare, forse era già un lago, forse solo un ruscello. Forse voleva semplicemente capire se lo meritavamo, se poteva concederci il   privilegio della sua compagnia silenziosa.

E un torrente che mi è caro e che scalpita, a volte si lascia andare e mi dice “potessi essere in un pizzo di mondo dove non debbo prendere decisioni, dove posso vivere di quel che sento e vedo…” e mentre lo dice sta pensando a quale decisone prendere. Vorrebbe vivere un sogno, però lei sa che sta correndo verso il mare. Forse è già mare. “In calle mai più…” cantava Vecchioni. Già, in calle mai più si sogna, ma si vive.  

E il sorriso dell’anziano che parla pacatamente e racconta delle tabacchine di un tempo, piuttosto che di quell’agrario illuminato che trattava bene i suoi salariati,  prima era silenzioso sulla sua panchina, poi si è lasciato andare… come un fiume carsico. Sotto quel sorriso scalpita  un torrente imponente e fiero. E’ sufficiente una domanda per vederlo tornare su, dove batte il sole dei ricordi e dell’indignazione.  

E chi ha fatto quella scritta “meno stress più farfalle” su un muro non ricordo dove, era sicuramente una cascata che sconvolge chi sta sotto. E’ un peccato se finirà in un pacato laghetto silenzioso e fermo, se non riuscirà a diventare “mare oceano”.

E dell’acqua più pura portava il nome un immenso mare che è stato affogato con una colata di cemento. Apparente contraddizione: affogare un mare. Però si può. Qualcuno ci riesce. Purtroppo ci riesce. Era una donna con una stupenda, bellissima rabbia dentro. Contro la stupidità.  

Lei era già un mare tumultuoso, stava per diventare oceano. Non sognava più, si era svegliata dal torpore che stava pervadendo tutti quanti. Baciata dalla brezza marina di Porto Selvaggio. Si chiamava Renata Fonte.

E ancora mille rivoli e altri mille. Piccoli, caparbi e determinati a scendere, a farsi la strada. Poco importa se qualcuno li argina e li devia, si riprendono poco per volta il cammino che la natura impone loro di seguire. Quelli che “non ci stanno”. Così diversi dalle pozzanghere, da quelli che dicono “così è … rassegnamoci”.

Un fiume apparentemente pacato e calmo, ma costante nella sua discesa verso il mare, ha costretto gli addetti ai lavori a salvare una torre in territorio neritino. Chissà a che punto stanno i lavori. Perché una torre non è solo un cumulo di carparo o pietra leccese, neppure di tufo. E’ un pezzo di storia che ci riguarda tutti quanti. Senza quella torre e tutte le altre torri sorelle, la storia del Salento sarebbe stata diversa, altra. Ah il pacato dottor Gaballo….

Altri fiumi ad altri laghi. Giangiacomo dell’Acaya, valente architetto e costruttore della città fortificata più importante, l’antica Segine, era un fiume, costruiva e progettava. La diga che lo fermò venne progettata dalle sue stesse mani, prima di essere chiamato ad altri impegni e di passare i progetti al costruttore Guarino Renzo. Proprio in una cella di quelle mura che aveva progettato morì prigioniero nel castello di Lecce. Quando il destino è baro….

E poi lei, una delle signore dell’unità d’Italia. Lei che entrò a fianco di Garibaldi a Napoli, una di due donne in quell’impresa.  Era il 7 settembre 1860. Dopo l’ingresso trionfale,  Garibaldi decretò: “Si accordano ducati 25 al mese, vita durante, ad Antonietta De Pace,  per i danni e le sofferenze patite per causa di libertà".

Nell'agosto del 1891 tornò nella sua Gallipoli anche per la pesca notturna. Morì fra le braccia del marito il 4 aprile 1893 a Portici. Lei che aveva sopportato la detenzione in uno stanzino di un metro quadro per 15 giorni senza parlare né denunciare, che non si fece piegare. Il commissario Campagna non ottenne nessuna dichiarazione nonostante l’avesse tenuta sempre sveglia in condizioni pietose.  

Una donna/oceano anche questa. Non certo un torrentello di vallata. Il sogno, per lei come per la Fonte, non c’era più, era diventato realtà. Per altri era un incubo. Ma gli altri erano melmose pozzanghere putrefatte.

 

Ed in apparente contraddizione con la De Pace fu un altro fiume impetuoso. Apparente, perché Antonietta voleva un più luminoso avvenire per l’Italia. Mazziniana e avanti nel tempo, immaginando una democrazia ed una liberazione dal regno del Borboni, certo, ma anche dalla miseria e dalla povertà. Le lotte di liberazione a volte si infrangono contro loro stesse. E’ successo spesso che una rivoluzione vinta trasformasse i nuovi potenti in nuovi schiavisti. Forse, se fosse vissuta più a lungo, Antonietta avrebbe dialogato e ragionato con la bellissima capobanda, la brigante Michelina De Cesare. 

 

«Erano le dieci di sera, pioveva a dirotto ed un violentissimo temporale accompagnato da forte vento, da tuoni e da lampi, favoriva maggiormente l'operazione, permettendo ai soldati di potersi avvicinare inosservati al luogo sospetto; da qualche tempo si stavano perlustrando quei luoghi accidentati e malagevoli perché coperti da strade infossate, burroni ed altri incagli naturali, già si perdeva la speranza di rinvenire i briganti, quando alla guida venne in mente di avvicinarsi a talune querce che egli sapeva alquanto incavate, ed entro le quali poteva benissimo nascondersi una persona» come dice un resoconto dell’epoca.  Era il 30 agosto 1868. La ‘guida’ dei piemontesi era suo fratello Giovanni. Lei era bellissima. Una donna guerrigliera e brigantessa. Michelina de Cesare fu massacrata, e il suo corpo esposto in piazza come orrido trofeo, nuda. Onta, mancanza di rispetto per il vinto. Piemontesi come aguzzini si scambiavano gesti di orgogliosa vittoria. Le genti “liberate” dai borboni erano più umane, migliori, molto, degli aguzzini di Michelina De Cesare.

Era nata   il 28 ottobre del 1841, a Caspoli una frazione del comune di Mignano Monte Lungo, in provincia di Caserta. Una bimba irrequieta e “veggente”. Sapeva in anticipo gli accadimenti. Non era una strega, aveva un forte senso delle cose. Come si era innamorata di Francesco Guerra non è dato sapere. Lui era il capo della banda del Rafaniello, ereditata quando il capo, Domenicangelo Cecchino, morì Lei non ci pensò molto. Sanguigna donna dalle rapide decisioni. Con il fucile a tromboncino, con i riccioli neri, con lo sguardo penetrante. E quei maledetti piemontesi che avevano invaso, venuti come occupanti anziché liberatori. Contro quelli bisognava disperatamente ribellarsi. Michelina. Quel fulmine improvviso che illuminò il suo nascondiglio.” (Il Brano l’ho  saccheggiato da un vecchio numero di Paese Nuovo)

 

Già, fiumi, laghi, mari, oceani…. Quante acque ci circondano, in quanti mari sappiamo nuotare. Perché c’è bisogno di loro, perché anche se i sogni non durano abbastanza a lungo, poi ne arrivano altri e altri ancora. In fondo  L’utopia è come l’orizzonte che non raggiungi mai, però “Serve per continuare a camminare”.

mercoledì 13 aprile 2022

Casa è....

Girovagando nella memoria del computer si trovano reperti antichi. Queste frasi sciolte erano là da chissà quando.

 "-Dove abiti?. -Ovunque." Tempi moderni - Modern times USA 1936 Charlie Chaplin

 "Io mi sento di casa in tutto il mondo, ovunque siano nuvole e uccelli e lacrime umane" (Rosa Luxemburg) 

 Facebook a volte aiuta a pensare, non tutto e tutti sono come diceva Umberto Eco, fortunatamente, non tutti imbecilli, ci sono anche persone che pensano, a volte provocano pensieri trasversali. Questi Nascono da un post che dice: Molti luoghi si chiamano, per comodità, per abitudine, "casa", persino una stanza d'albergo è "casa", a volte. Ma la casa, quella vera, la riconosci da una vibrazione del cuore che non può essere simulata. E “casa” è il luogo, sono i luoghi dell’anima, casa può essere il paese, anche quello di Cesare Pavese “Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra, c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti. Ma non è facile starci tranquillo…” Le risposte a quel post sono state varie e variegate, chi scriveva che “casa” è la piana con i gelsi, chi la vista del Monte Bianco e così via, insomma, casa non è necessariamente un edificio fatto di muri e porte (chiuse?), piuttosto è il luogo nel quale ci si sente vivi, in cui la saudade si mischia con i sorrisi e con i rimpianti, casa è un treno che ti porta al mare, un’auto che vaga per le colline del Monferrato al tramonto, mentre una palla rossa come il fuoco ti suscita emozioni e silenzi, quelli che accompagnano i pensieri, quella, anche quella è casa, da quell’auto, da quel treno, in fondo non si vorrebbe scendere mai. Casa è, come diceva il post, una vibrazione del cuore. Così casa diventa improvvisamente quel bacio (solo quello) e quell’abbraccio, (solo quello). Casa sono gli sguardi incrociati per strada, che sembrano avere mille cose da dire, da dirti, ma che sfuggono via leggeri come sono arrivati, diventano eterei, impalpabili, spariscono dietro l’angolo. Casa è la strada in cui vi incontravate e vi salutavate, tu e lei, tu e lui, prima ancora di dirvi che vi piacevate. Casa… anche la scuola a volte diventa casa, anche il luogo di lavoro quando c’è condivisione. Casa è il ricordo, ed è quel profumo ritrovato dopo anni, a volte dopo decenni, che improvvisamente ti riporta allo stesso profumo della tua fanciullezza, quando poi uscivi di casa e correvi per le vie del paese. Casa erano le braccia di tua madre o le parole di tuo padre a tavola, pranzando, poi si cresce, poi le case diventano mille e altre mille. Casa per gli immigrati è una barca, poi le braccia del marinaio che li salva, poi quel poliziotto che prende loro le impronte. Casa per lui non dovrà mai essere un filo spinato.

domenica 3 aprile 2022

Un birraio e una bicicletta


Carlo Michel

Un birraio alessandrino e la bicicletta, o velocipede come si chiamava all’epoca. Cosa hanno in comune la birra e il velocipede? Carlo Michel, presidente della camera di commercio di Alessandria, già si era distinto per bizzarre idee. In terra di vigneti e vignaioli, di vini pregiati, lui, alla fine dell’800 si mette in testa di produrre birra. Prima con il suo nome, poi ribattezzata “birra Alessandria”, che ebbe un successo nazionale.



 Estroso e curioso, il Michel, decise di andare a curiosare l’esposizione universale di Parigi del 1867. Lì rimase folgorato dal velocipede a pedali. La primitiva draisienne, due ruote spinte praticamente camminando, senza pedali, venne modificata dal genio di Pierre Michaux e suo figlio Eugene, fabbri in Parigi, che inventarono i pedali al mozzo anteriore creando così il velocipede. Carlo portò la nuova creazione al Alessandria, possiamo dire che fu il primo prototipo di bicicletta arrivato nell’Italia da poco unita. Probabilmente raccolse il sarcasmo tipico alessandrino, forse qualcuno lo derise, certo è che aprì un’epoca che avrebbe trasformato Alessandria nella città delle biciclette. Qui nacquero le prime corse italiane dalla Coppa del Re alla Milano-Sanremo, dal Giro del Piemonte, al Giro di Lombardia fino al Giro d’Italia. Queste terre fra pianura e collina videro nascere campioni e campionissimi, parliamo di Coppi, Girardengo, Carrea, Cuniolo, Malabrocca, Meazzo, e ancora altri più vicini a noi come Giorgio Zancanaro (maglia rosa proprio nella tappa alessandrina nel 1967, e già terzo nella classifica finale al giro del 1963). Passando da Alessandria non si dovrebbe tralasciare una visita al Museo ACDB (Alessandria città della bicicletta) per immergersi in questa ed altre storie delle due ruote.



lunedì 28 febbraio 2022

Ucraina e utopie

 

Ph da Corriere.it



Venti di guerra sull’Ucraina. Uno stato sovrano invade militarmente un altro stato sovrano, cannoneggia, bombarda, ammazza civili.

Se è vero che la NATO si è espansa in modo che può essere anche provocatorio ai confini della Russia, altrettanto vero è che gli ucraini hanno diritto alla loro autodeterminazione, ed è altrettanto vero che la risposta non può e non deve mai essere la guerra e l’occupazione militare.

Purtroppo nel secolo scorso abbiamo assistito a bizzarre esportazioni di “democrazia” nel centro/sud America da parte degli USA.

Come scordare le dittature foraggiate e i militari addestrati alla tortura dalla CIA in Salvador, Argentina, Guatemala, Nicaragua e via dicendo? Come scordare le centinaia di migliaia di morti, desaparecidos, suore e vescovi massacrati? Non ci scordiamo. E purtroppo non scorderemo un esercito in armi e con un armamentario nucleare immenso, invadere e cannoneggiare un paese terzo.

In tutto questo mancano alcuni tasselli. Manca un’Europa coesa con una difesa (dei diritti non solo militare) comune. Con una politica estera comune, che metta al bando le derive nazionaliste di troppe nazioni anche ad essa aderenti, con politici che un giorno vanno in giro con la maglietta con Putin stampato sopra e il giorno dopo fingono di condannare ma non fanno un rigo di autocritica. Troppe nazioni, non ultima l’Italia, con governi deboli  e contradditori, sono di fatto ininfluenti nello scenario internazionale.

Per fortuna, non certo per caso, entrano in scena in tutti i paesi civili le persone. Manifestazioni oceaniche e spontanee contro la nuova guerra ai confini dell’Europa, centinaia di migliaia di persone in ogni capitale, centinaia in ogni città minore. Una boccata di ossigeno che non sappiamo come potrà influire sulle decisioni dei criminali invasori e del loro capo, ma che sicuramente provoca commozione e una tiepida speranza che non tutto è perduto, che si può fare.  Ce lo insegnano le decine di migliaia di russi che sfidano gli arresti per dire no all’invasione. Ce lo insegnano i resistenti ucraini.

Certo, è avvilente sentire personaggi  duri e puri di sinistra, dire che Putin ha le sue ragioni. Politicamente si può discutere sulle pretese della NATO che forse, dopo la caduta del muro di Berlino, non ha saputo evolversi dalla monodirezione di generali statunitensi che vedono i paesi dell’est come possibili colonie. Tuttavia nulla può giustificare una guerra, i massacri di civili, le invasioni che fanno tornare la storia indietro, a quella di  Polonia, Francia   che portarono alla seconda guerra mondiale, complici i peggiori dittatori che pensavano alla guerra lampo. Sappiamo come andò a finire.

Ucraina oggi resiste.

Cito Gino Strada e penso che questa sia un’utopia realizzabile:  “Io non sono pacifista. Io sono contro la guerra perché la guerra non si può umanizzare, si può solo abolire. E non mi piace la parola "utopia"; preferisco parlare di "progetto non ancora realizzato."

E ancora:  “Il 90% delle vittime erano civili, (in Afghanistan) un terzo dei quali bambini. È quindi questo "il nemico"? Chi paga il prezzo della guerra?”

Noi società civile, abbiamo il dovere di manifestare in ogni momento, in ogni modo, il nostro basta alla guerra. A tutte le guerre, quelle in nome della real politik e quelle in nome di qualche Dio bizzarro e probabilmente distratto dall’osservare le umane vicende.



 

 

 

lunedì 22 novembre 2021

MAQROLL (Il gabbiere) l'ultimo disco di Federico Sirianni

 

                                    

…Álvaro Mutis ha creato uno dei personaggi letterari più remoti e magnetici della letteratura del Novecento. Maqroll il Gabbiere.

Maqroll è una specie di Chisciotte con Pascal conficcato in fronte, una sorta di Corto Maltese, un cugino di primo grado del Marlowe di Conrad, un uomo che sceglie il mare per onestà verso la solitudine e sbarca segugio di amori peregrini che continuano a perseguitarlo. Nasce da sempre, dai primi libri poetici di Mutis (dove è censita, anzi tutto, la Preghiera di Maqroll: “Perché hai tolto ai ciechi il bastone con cui laceravano la densa felpa del desiderio che li assedia e li sorprende nelle tenebre?”), poi s’inerpica in romanzi di claustrale bellezza, riassunti nella trilogia “Imprese e tribolazioni di Maqroll il Gabbiere”, redatta tra 1985 e 1989, costituita da La Neve dell’Ammiraglio, Ilona arriva con la pioggia, Un bel morir. Prima, però, per impratichirsi con i detti deflagranti dell’uomo che ha dissipato tutto, bisogna partire con la poesia: la Summa di Maqroll il Gabbiere (Einaudi, 1993) e Gli elementi del disastro (Le lettere, 1997). Poi si prosegue inseguendo la scia dei suoi amici e delle sue elusioni in L’ultimo scalo del Tramp Steamer (stampa Adelphi), Amirbar, Abdul Bashur sognatore di navi, Trittico di mare e di terra (ancora Einaudi). Sono libri che vanno assunti quando non si ha nulla da perdere, sulla soglia di una conversione, se si è pronti a essere preda della propria fuga – e di un ritorno che è sbarco in altrove.  (Da Pangea.it)

Alvaro Mutis ((Bogotà, 25 agosto 1923 – Città del Messico, 22 settembre 2013) romanziere e poeta Colombiano di nascita, naturalizzato messicano, è stato autore molto apprezzato, giudicato una delle migliori espressioni della letteratura dell’America Latina, ha dato vita al gabbiere Maqroll, (il gabbiere era la vedetta che stava in cima all’albero della nave), lui vede tutto dall’alto, lontano dalla folla che sta a terra, lui gira il mondo e lo conosce, ne scava contraddizioni e bellezze. Fondamentalmente anarchico e “visionario”, Maqroll vede tutto con lo sguardo sognante . Maqroll non salva l’umanità dalle sue tragedie, lui da lassù si limita a vedere, osservare e avvertire quel che si incontrerà e che, dopo il suo urlo, là sotto sapranno, e decideranno come comportarsi.

Mutis fu anche l’ispiratore di Fabrizio De Andrè . Smisurata preghiera, l’ultima canzone del suo ultimo album, affonda le mani nella vita di Maqroll, è “E’ una richiesta a Dio affichè la fortuna aiuti gli emarginati “come una svista, come un’anomalia, come una distrazione, come un dovere”. (Magazine.it)


 Maqroll è anche il titolo dell’ultimo emozionante album di Federico Sirianni. Il cantautore genovese ci sorprende (ma neppure molto) con un lavoro maturo, un degno proseguimento della scuola che ha sfornato stelle luminosissime a noi tutti. Forse è la strana alchimia di una città schiacciata fra monti e mare, città di porto, dove arrivano da sempre e da sempre partono esploratori, emigranti, vite che la riempiono di lingue, dialetti. Genova austera e fiera, accogliente nei suoi silenzi.

Sirianni e Max Manfredi sono gli eredi di una tradizione che ha reso la canzone/poesia uno strumento per riflettere anche sulla quotidianità, sulla condizione umana, persino sulla trascendenza (per chi ci crede) .

“…Quando l’uomo costruì la prima nave

Guidato da uno spirito randagio

Inconsapevole di quell’errore

Avrebbe costruito anche il naufragio

E ogni naufragio è una catastrofe del cuore

Che mi porto addosso come una bisaccia

Dove si assopisce ogni dolore come la briza che cede alla bonaccia…”

Canta Federico Sirianni.

Forse sta in questo inizio dell’album il senso del lavoro tutto, un viaggio che, come dice lui stesso nelle note di presentazione dell’album: “  sfidando la tempesta e la bonaccia, i capodogli e le sirene, vuole raggiungere un porto d’approdo, con già nella testa e negli occhi l’idea di una nuova partenza, di un nuovo percorso, di un nuovo naufragio”.

Maqroll il Gabbiere, oltre al CD, è un libro con  una serie di racconti e poesie di autori vari che ne fanno un’opera da ascoltare, leggere. Amare.

 

Federico Sirianni, (Genova 1968), Cantautore, ha inciso:

2002 - Onde clandestine (Shinseiki-Warner)

2006 - Dal basso dei cieli (Upr-La Casa) - (ripubblicato nel 2009 dall'etichetta Leart con l'aggiunta dell'inedito Picchiagosto)

2012 - Nella prossima vita (Incipit Records) con gli Gnu Quartet

2013 - Vinile di Natale - Dio dei Baraccati (uscito in vinile con 100 copie numerate)

2016 - Il Santo

2021 – Maqroll il gabbiere

 

 



venerdì 1 ottobre 2021

Mario Perrotta e la "sua" Lecce

 


Lumezzane (Bs) Ragazzola (Pr) San Giorgio delle Pertiche (Pd) , Grosseto, Milano, Medicina (Bo) , Cascina (Pi) . E potremmo proseguire.  

Però, stranamente, dal lungo elenco delle sue trasferte, manca una città, la sua città, quella dove è nato e dalla quale è partito e dove ha vissuto a lungo. Manca Lecce nei tour di uno dei più importanti autori, interpreti e registi del teatro italiano.

Mario Perrotta ha un retroterra ed una produzione importantissimi, che gli hanno consentito di vincere tre premi UBU (Praticamente i nobel del teatro italiano).

Dopo la meraviglia irripetibile di versoterra, una tre giorni en plein aire ,  dal 30 settembre al 2 ottobre 2016, di cui scrissi le impressioni da non critico (https://isolamaitrovata.blogspot.com/2016/10/versoterra-lettera-mario-perrotta.html), ma che blasonatissimi osservatori ammirarono, e dopo rare apparizioni in provincia, Lecce non degna di attenzione l’artista Mario Perrotta.

Neppure nelle giornate dedicate a Dante, in cui è stato chiamato come direttore artistico a Grosseto .

Eppure Mario ha portato il Salento con le cadenze della sua parlata, i viaggi dei suoi migranti, la fatica della sua terra e lo splendore del suo barocco fuori dalla provincia che pare dimostrarsi, ahinoi, distratta.

Forse sarebbe il caso di sfatare il mito che vuole che nemo propheta in patria, con la difficoltà di esprimersi nel luogo di nascita, di vita vissuta e riconosciuto fuori. Insomma, Mario Perrotta lavora, è giovane e, oltre tutto, è una persona stupenda. Forse sarebbe il caso di valorizzarlo ora. 

mercoledì 29 settembre 2021

A Mauro, Grazie!!!!!

 



Arrivata (quasi) la fine di settembre, si inizia a fare un resoconto dell’estate torrida e piena appena passata.

A Lecce abbiamo vissuto una vera e propria esplosione di avvenimenti, una bulimia in risposta a due maledetti e lunghi tempi di chiusure, pandemie, mascherine, distanziamenti, novax e sivax e ansie, paure, incertezze.                          

E la città ha riposto in modo egregio a concerti, presentazioni di libri, mostre ed ogni tipo di evento proposto.

Gli sforzi sono stati notevoli da molte parti, ben sappiamo come  organizzare costi non solo in termini di denaro, ma anche come precisione, puntualità, costanza.

Ecco, la costanza paga sempre, essere testardamente e caparbiamente impegnati a diffondere e proporre cultura in ogni ambito e  con la tenacia che mette in disparte gli scoramenti per serate magari non riuscite, per assenze dovute a mille motivi e altro, è vitale per creare.

Personalmente faccio ammenda, ho seguito pochissimo per motivi personali, di salute, per il caldo eccessivo di troppi giorni. Però ho visto stelle brillare nell’universo dell’organizzazione di eventi e avvenimenti.

Ho la fortuna ed il privilegio di avere come amico un instancabile lavoratore della cultura, Mauro Marino. Organizza, prepara, è presente. In più è poeta. Un unicum veramente invidiabile nel panorama delle scelte culturali della città. Per tre mesi non ha perso una serata, ad Extra Convitto ha creato una vera  e propria agorà    di discussione, ascolto, comprensione.

In sostanza una risorsa per chi ha a cuore  la necessità di andare oltre al barocco e alla movida, di tuffarsi nel presente tenendosi dentro il patrimonio del passato anche remoto. Una risorsa, ahinoi, spesso non considerata da chi ha il compito di fare sintesi con le scelte amministrative e culturali della città.

Ecco, voglio ringraziare tutti gli operatori che hanno lavorato in questa rovente estate, ma in particolare il pacato Mauro. Con affetto.   

Chiudo citando Norberto Bobbio che, ritengo, benissimo calza con il pensiero di Mauro:

 

Il compito degli uomini di cultura è più che mai oggi quello di seminare dei dubbi, non già di raccogliere certezze.

(Norberto Bobbio)


venerdì 28 maggio 2021

Economia, politica e mancanza di etica

 

“Non sempre il vero è anche verosimile” (Guy De Maupasant)

 Ponte Morandi: 43 morti. 2020

Funivia Mottarone: 14 morti. 2021

Thyssen Krupp: 7 morti a Torino. 2007

Sabaudia 2021: almeno 10 immigrati di origine indiana morti per overdose. Un medico e un farmacista compiacenti con i proprietari terrieri pare vendessero farmaci dopanti agli immigrati per farli lavorare di più, sfruttati, nei campi di italiani.

E potremmo proseguire a lungo citando le troppe morti sul lavoro per inadeguatezza o volontaria manomissione di strumenti di sicurezza.

Ma cosa hanno in comune queste morti?

Un filo nero lega le tragedie : il profitto ad ogni costo.

Non è più mistero che qualcuno si faceva pagare lautamente per controlli sul Morandi mai eseguiti. Neppure che un “fervente cattolico” (sic) e altri amichetti suoi avessero manomesso il freno di emergenza della funivia per non perdere incassi. Manutenere significa fermare qualche ora l’impianto, e che diamine, mica si può.

Ed è di questi giorni la pubblicazione di alcune telefonate di criminali che ridevano sonoramente parlando di “quei bambini che mangeranno ortaggi coltivati sui fanghi”, quei fanghi che loro avevano interrato nel profondo nord (Emilia, Piemonte, Lombardia)   campagne che poi erano diventati campi rigogliosi dove si coltivano ortaggi e cancro per bambini e adulti.

Il profitto ad ogni costo . Appunto.

Purtroppo tutto questo accade perché l’etica è ad un livello talmente infimo da essere dimenticata.

Gli esempi, purtroppo, arrivano dall’alto, molto in alto.

Quando condannati in via definitiva siedono in Senato e alla Camera dei deputati e vengono osannati come padri nobili della patria, convocati al Quirinale per consultazioni, quando ladri e collusi condannati invia definitiva, ladri di denaro pubblico,  si vedono confermato il vitalizio, quando deputati e senatori prendono lauti stipendi pur avendo, giusto per citare i leader di classifica,   percentuali assurde di assenze  dai lavori delle Camere:

 Camera dei deputati

 Michela Vittoria Brambilla (99%)

Antonio Angelucci (95,40%)

Guido Della Frera (83,10%)

Vittorio Sgarbi (77,70%)

 

Senato

 Tommaso Cerno (78,10%)

Niccolò Ghedini (71,40%)

Ignazio La Russa (59%)

 

Quando tutto questo accade significa che l’etica in Italia è sotto la soglia di guardia, significa che i peggiori si sentono in diritto di emulare altri peggiori. Esattamente come le mafie che lentamente ma inesorabilmente si sono impossessate di buona parte dell’economia partendo dal sud e invadendo ogni angolo del nord con una filosofia assolutamente identica a quella dei dirigenti Tyssen, dei telefonatori ridenti, dei sabotatori di funivie, dei proprietari terrieri che sfruttano manodopera fuori da ogni regola. Tutti sentendosi in qualche modo protetti da una politica avvoltolata sulla valutazione dei sondaggi, senza una prospettiva alta e una visione lunga sul futuro .

Non a caso uomini del malaffare si impossessano dei partiti meno dotati di vis democratica (vedi gli ndranghetisti in fratelli d’italia e sindaci e amministratori leghisti arrestati per collusioni e malaffare), non a caso in quanto queste formazioni politiche hanno eliminato dai loro comportamenti e dalle loro parole ogni riferimento all’etica non solo in politica, ma anche nella vita quotidiana.

In tutto questo scempio gioca duro un’informazione asservita, tranne alcune lodevoli eccezioni, e ridotta a portavoce dei peggiori social network invece che all’analisi puntuale e precisa, allo scavare nella notizia, alla ricerca. Esempio limpido di tutto ciò sono le trasmissioni in cui politici e sedicenti giornalisti litigano, si scannano, spesso mentendo spudoratamente.

Riprendiamoci l’etica, i partiti che hanno a cuore la democrazia e la Carta Costituzionale si ribellino con i fatti a questi scempi. In alternativa non c’è recovery found che tenga, sprofonderemo sempre più nel baratro dei telefonatori ridenti e  dei sabotatori di funivie, dei mafiosi celati da vesti di imprenditori.    

sabato 8 maggio 2021

otto maggio 1886 nasce la Coca Cola

 L’otto maggio 1886 Lo  statunitense John Stith Pemberton vendette per la prima volta la Coca-Cola come medicina brevettata.

Lui era un farmacista. Ufficiale dell’esercito, nel corso della guerra di secessione venne ferito gravemente al petto. Per sopportare i dolori fece uso abbondante di morfina al punto di diventarne dipendente.

Per uscirne iniziò a studiare la coca. Da farmacista e chimico, inventò il Vino Mariani, detto anche Vino di Coca.  Un intruglio a base di noce di coca e altri additivi. Il prodotto, vista la forte tossicodipendenza dei reduci e “l’isteria” delle loro signore, ebbe un successo immediato.

Nel 1886 fu decretato lo stop agli alcoolici, allora Pemberton e il suo collaboratore Venable, studiarono un prodotto alternativo non alcoolico. Il caso e lo studio li portarono alla formula di quella che chiamarono, per ricordare le radici, Coca Cola che venne venduta come medicinale.

Solo nel 1894 la coca cola venne venduta come bevanda. Iniziò l’espansione dell’azienda e durante la seconda guerra mondiale stabilimenti vennero aperti in più parti del mondo.

 

Pare, ma non è confermato in quanto la vulgata narra della segretezza dei componenti, che la ricetta originaria fosse questa:

 

Acido citrico: 3 once

Acqua: 2 galloni e mezzo

Alcool: 1 mezzo

Aroma: 2 once e mezza

Caramello: q.b.

Citrato di caffeina: 1 oncia

E. f. di coca (estratto fluido di coca): 4 once

Essenza d'arancia: 80

Essenza di cannella: 40

Essenza di coriandolo: 20

Essenza di limone: 120

Essenza di neroli: 40

Essenza di noce moscata: 40

Estratto di vaniglia: 1 oncia

Lasciare riposare per 24 ore.

Mescolare la caffeina, l'acido e il succo di lime in un quarto d'acqua bollente, aggiungere la vaniglia e l'aroma quando si è raffreddato. Aroma 7X:

Succo di lime: 1 quarto

Zucchero: 30 libbre