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venerdì 7 maggio 2021

Perchè donare gli organi

Ripropongo una riflessione pubblicata su Spagine riguardo ai trapianti e alla necessità di donare gli organi 

Perchè donare gli organi.

 L’undici aprile scorso è stata la giornata per la donazione di organi. Moltissimi pazienti potrebbero tornare ad una vita dignitosamente migliore e pesare meno sui costi del servizio sanitario nazionale se si riuscisse a sfondare il muro di opposizioni alle donazioni  che ancora sembra  duro da scalfire.

I dati del Report donazione e trapianto del Ministero della Salute parlano chiaro, nel 2020, anche a causa della maledetta pandemia da COVID19, ma non solo, i donatori segnalati alle rianimazioni sono stati in flessione dai 2776 del 2019 ai 2447 del 2020.
Purtroppo alcune regioni sono tristemente in testa alla classifica delle opposizioni alle donazioni, parliamo di Sicilia, Calabria, Abruzzo, Puglia, Umbria e Provincia autonoma di Bolzano, e, sia pure con lieve calo, si confermano più sensibili Emilia, Veneto, Friuli, seguiti da Piemonte e Lombardia.
Il report prosegue poi con l’analisi di percentuali fra donatori deceduti e pazienti e fra donatori viventi.

Da dializzato in attesa di essere inserito in lista trapianti, ho letto con maggiore attenzione i dati delle donazioni di reni.

Per i trapienti di tali organi, il 2020 si è dimostrato un anno horribilis in quanto si è passati dai 340 del 2019 (punta massima) ai 276, tornando indietro di sei anni nei valori assoluti.

…Al 31 dicembre scorso i pazienti in lista di attesa lungo la Penisola erano 8758, la maggior parte dei quali per un rene (6538). Sono 1042 i pazienti iscritti in lista per il fegato, 719 per il cuore e 368 per il polmone. «Dati stabili – fanno sapere dal Centro Nazionale Trapianti – dovuti a un maggiore equilibrio, rispetto al passato, tra i flussi di entrata e di uscita». Per vederli diminuire, sono diverse le procedure in fase di valutazione: dalla donazione da vivente all’aumento del prelievo di organi, quando possibile, dalle persone per cui è stata certificata la morte cardiaca…”. (Fonte: Fondazione Veronesi )

Nei reparti dialisi che ho conosciuto, a Lecce e non solo, ho visto vere e proprie eccellenze, parlo di medici attenti ed esperti,  degli “angeli della dialisi”, quelle infermiere e infermieri e oss che diventano nel percorso di “tre volte a settimana”, parte integrante della vita del paziente.  Il reparto dialisi non è un luogo di passaggio, è una consuetudine, pur se forzata e indispensabile, che conosce  risvolti umani diversi e sicuramente più intensi e vissuti di ogni altro luogo di degenza. E finisce che fra pazienti e operatori di reparto si stabiliscano rapporti fatti di quasi familiarità, simpatie, scambi di opinioni e pareri non solo medici. Spesso si parla di vita quotidiana, di figli, di ricette di cucina. Il tutto per rendere la fatica della dialisi meno onerosa. In questo il personale che lì lavora è encomiabile.   

Nonostante tutto ciò il dializzato  è portatore di un handicap che lo costringe a rivedere tutta la sua vita in funzione dell’appuntamento “tre volte a settimana” dal quale non può sottrarsi per non sballare tutti i suoi parametri vitali. Le settimane passano a giorni alterni, non ci si può spostare per un periodo senza prima avere il consenso del centro dialisi remoto ad accogliere il paziente. Ed in un periodo di pandemia come quello attuale la cosa diventa quasi impossibile. Insomma, la vita è legata a quei due aghi, uno in vena uno in arteria, per tre volte a settimana.

A questo si aggiungono i costi economici per il servizio sanitari nazionale.

“Il costo diretto annuo del trattamento di un paziente in dialisi è stimato da un minimo di € 29.800, per quelli in dialisi peritoneale fino a un massimo di € 43.800 per quelli in emodialisi. A questi costi diretti, sanitari e non sanitari, andrebbero aggiunti i costi indiretti” Con il trapianto questi costi scenderebbero sensibilmente: “D’altra parte anche il trapianto renale ha i suoi costi che sono stimati in € 52.000 per il primo anno e in € 15.000 per ogni anno successivo al primo.” (Fonte: Il sole 24 ore)

Ovviamente, oltre ai nefropatici, esistono i malati di cuore, di fegato, i non vedenti, e molte altre patologie che potrebbero trarre beneficio da una donazione e tornare ad una vita più tranquilla.

Diventare donatori non è difficile, anzi, facendo la Carta di identità elettronica l‘impiegato chiederà la formale adesione come donatore, in alternativa si può scaricare il tesserino blu dal sito  http://sceglididonare.it/diventa-donatore/ del ministero della salute, o ancora recandosi alla ASL più vicina e chiedere il modulo apposito allo sportello. Dobbiamo in qualunque modo fare in maniera che il meridione si riscatti da questa sonnolenza, da paure ataviche e ingiustificate. Essere accoglienti è anche donare. E, per i credenti, non esiste alcun ostacolo alla donazione, come dice Papa Francesco  “Donare è espressione di fratellanza universale…”

Inoltre con l’adesione alla lista dei donatori fatta in vita, lucidamente e coscientemente, si evita un gravosissimo compito agli operatori sanitari che in troppi casi sono costretti, visti i tempi stretti per i prelievi da cadavere, a chiedere a familiari già dilaniati dal dolore per una perdita magari prematura, il consenso all’espianto.

Donare è vita!

G.Ferraris 

mercoledì 5 maggio 2021

Di papaveri, Marte e bellezza

                     





I papaveri, alti, belli, rossi. Li vedo nelle campagne salentine, passeggiando in stradine, immerso nel profumo dell’erba tagliata, dei pini marittimi, della primavera ormai inoltrata che avvolge.

E arrivano ricordi di corse in bicicletta fra i campi di grano lassù, nelle campagne solerine.

Eravamo piccoli allora, era un secolo fa, forse due. Campi di grano infiniti gialli come il sole, in mezzo macchie rosse e azzurre. Papaveri e fiordalisi a profusione, a colorare il mondo fatto di corse, rincorse, e poi noi seduti a terra a raccontarci i problemi dei bimbi neppure ancora adolescenti o a scoprire il cammino delle formiche in fila indiana.  

E le more di gelso raccolte seduti sui rami degli alberi che avevamo scalato coraggiosamente. “Mi piacciono le bianche” “a me le nere”. Poco importava, bastava scegliere l’albero giusto,  i gelsi erano ovunque in quella campagna. Un tempo servivano per delimitare gli appezzamenti e soprattutto per procurare il nutrimento per i bachi da seta che divoravamo le loro foglie.

Però quando noi eravamo su quegli alberi di bachi non se ne allevavano più.

Poi tagliarono anche quelli per fare spazio a mietitrebbie alte come palazzi.

Ed erano già ricordi le feste della trebbiatura nelle aie, con un sacco di persone al lavoro, con noi bimbi a tagliare fili di ferro che servivano per legare le balle di paglia, con il panino di metà mattinata portato dalla signora. Vino per loro, acqua per noi, a volte gazzosa.

Poi, poco alla volta, se ne sono andati i papaveri e i fiordalisi. Distrutti da diserbanti che dicono “intelligenti”, quelli che selezionano lo sterminio. Rimane solo il grano, è biondo e ariano.

 Ora i campi sono solo verdi prima, gialli dopo. E neppure si trebbia più. Ora quelle astronavi immense  fanno tutto, mietono, trebbiano  e sputano nel campo quelle cose con un nome orribile “rotoballe”.

Bastano un po’ di papaveri per tornare indietro nel tempo. “Ah quando i mulini erano bianchi” “Si, però la gente mangiava pane nero”, beh, è vero. Saranno belli i papaveri e i fiordalisi nel grano , però occorre produrre in fretta e bene, soprattutto occorre risparmiare perché poi arriva il grano canadese e ci fa concorrenza.

Però il bello è indispensabile.

«Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà. All’esistenza di orrendi palazzi sorti all’improvviso, con tutto il loro squallore, da operazioni speculative, ci si abitua con pronta facilità, si mettono le tendine alle finestre, le piante sul davanzale, e presto ci si dimentica di come erano quei luoghi prima, ed ogni cosa, per il solo fatto che è così, pare dover essere così da sempre e per sempre. È per questo che bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore». Diceva Peppino Impastato.

Eh lo so, sembrano discorsi da vecchio disilluso e forse stanco.

“Siamo nel 2021, fattene una ragione, andiamo di Marte, facciamo tutto con una banale stampante 3D, abbiamo i computer e facebook.”  Eggià, andiamo su Marte perché dobbiamo scoprire se qualche milione di anni fa lassù c’era acqua, perbacco questa è evoluzione della specie. Dalle caverne a Marte come niente fosse.

“Scusate se interrompo il sogno marziano, però a pochissime ore di volo da qui ci sta un continente dove metà della popolazione muore di sete perché non ha acqua, forse ci sarebbe una priorità,  che facciamo? Diciamo loro di bere champagne?”

E poi, diciamolo, su Marte non ci sta uno straccio di petalo di papavero, vale la pena?

Ah la vecchiaia, si diventa rompipalle in un attimo. 

Mica siamo proiettati nel futuro noi del secolo scorso. Addirittura non vogliamo il ponte sullo stretto perché forse la cementificazione dovrebbe essere quanto meno rallentata, perché non serve, perché è uno scempio che va a intaccare quella bellezza (ecccola che ritorna) che ha fatto di questi luoghi un unicum irripetibile ed emozionante.Ma già, noi siamo vecchi e antichi. Come i poeti che ancora stanno a scrivere versi per guardarsi dentro e proiettarsi fuori. Come il pittore che davanti ad una tela bianca già vede i gesti, i tratti, l’opera compiuta e poi ci si accorge di essere di fronte ad un’emozione. Tutti orpelli inutili ai tempi dei social dove tutti sanno tutto.Noi siamo così, un po’ fuori di testa che andiamo a camminare emozionandoci in mezzo al silenzio di un bosco o al rumore del mare che parla, sussurra, urla. Un mare che sputa fuori corpi che quelli che cercano acqua su Marte non conoscono e quelli che vogliono il ponte non vogliono neppure vedere.

 Ma questa è altra storia.  

 

lunedì 5 aprile 2021

BUONA PASAH

 

 Anche quest’anno abbiamo superato una Pasqua diversa, meno gioiosa. Un festività in pandemia, con un buio ancora davanti a noi e di cui non vediamo la fine. L’inquietudine del non intuire il nemico subdolo che si annida ovunque, che guizza invisibile agli occhi e che possiamo combattere con una sola arma, il vaccino. E questo ci salva dalla malattia ma non dal poter trasmettere il virus, quindi i famigerati e inquietanti (almeno quanto il virus stesso) novax si dimostrano due volte imbecilli, soprattutto quelli che dicono “vaccinatevi così mi salvate”. I vaccinati sono più tranquilli, i non vaccinati rimangono bersagli del maledetto.

Le Pasque quindi. Queste ultime due mi rendono più simpatica la Pasqua ebraica. La “Pasah” che significa, letteralmente “andare oltre”. E che festeggia la liberazione degli ebrei e il passaggio, guidati da Mosè, del Mar Rosso.

Così diversa dalla cristiana “panthein” che in greco significa “soffrire”, e nella tradizione è la passione del Cristo e la resurrezione.

Sentiamo come non mai il desiderio di oltrepassare, andare oltre questo anno maledetto fatto di zone rosse gialle arancioni. Un anno in cui si è fermato il tempo e si sono bloccati i rapporti sociali, dalla piccola gioia di un caffè seduti al tavolino di un bar, alle evasioni in pizzeria o al cinema. Per i ragazzi si è fermata anche la scuola e la possibilità di socializzare che in adolescenza e preadolescenza è vitale, educativa, forma le persone e crea rapporti sociali.

Siamo al punto in cui un incontro casuale per strada si traduce in un saluto e poche parole “a distanza di sicurezza” perché lui si annida in un respiro. Quasi come un alito, lieve e assassino.

Ben venga allora la Pasah con il passaggio dei nostri mari guidati da chi sa di scienza e ricerca, non certo da politicanti d’accatto che inciampano nelle regole e nella lingua italiana.

E, in fondo, ben venga la resurrezione. Collettiva però, non del solo figlio di Dio. E ancora ricadiamo, una resurrezione che deve essere Liberazione. Ci deve liberare dal virus e dai pregiudizi, dalle parole insensate e (magari) pure dalle scemenze del web che intasano menti e buon senso. E allora ancora, buona Pasah a tutti noi. Ne abbiamo bisogno.

 

mercoledì 3 marzo 2021

Un anno in pandemia

 

foto dal sito andreani gioielli

Un intero anno convissuto con il COVID, con la pandemia, con l’apparente follia di “tutto aperto” “tutto chiuso” “forse metà aperto”. Un anno passato a mesi alterni a bere un caffè sul marciapiedi in bicchierini di plastica incrementando a dismisura la raccolta rifiuti, o in comode tazzine al banco del bar quasi si stesse vivendo un privilegio (solo fino alle 18 però, poi coprifuoco), e poi scuole aperte, scuole chiuse, scuole mezze aperte, scuole “chi vuole stia a casa chi non vuole vada in classe”. Un baillamme quasi incomprensibile.

E poi virologi in quantità, tutti a dare notizie in TV, spesso contraddittorie fra loro. E il web con una miriade di teste diverse: impauriti, demoralizzati, preoccupati, negazionisti che “il coviddi non esiste”, idioti che “vaccinatevi voi”, infermiere che non si vaccinano perché non ci credono e alla buon’ora una regione, la Puglia, che impone obbligo vaccinale per gli operatori della sanità. “Se non vogliono vaccinarsi facciano un altro mestiere” dice l’assessore, bontà sua.

E ancora ristoranti chiusi la sera e aperti a pranzo, e zone colorate in arancione che come diventano gialle pensano bene di assieparsi come a Pasquetta e dopo due giorni il covid si impenna quasi per magia, ma i negazionisti continuano imperterriti a dimostrare un preoccupante aumento di cretinismo.

E il ricordo di camion militari carichi di bare.

E poi le mascherine che subito sono diventate fashion. Da umili azzurrine o bianche si sono tramutate in eleganti orpelli con strass, colorate, disegnate. Ho visto un tizio con abbigliamento tipico degli assicuratori e agenti immobiliari: abito scuro, camicia, cravatta e borsa in pelle o cuoio, con mascherina in tinta con la cravatta. Insomma, si fa di necessità virtù.

In tutto questo, partendo dai balconi con gli arcobaleni con su scritto che andrà tutto bene, arrivando alla spossatezza di un anno bizzarro, sono aumentati i suicidi. Un anno è lungo da un articolo su primocanale.it si evince che fra tentati e riusciti suicidi fra i giovani e giovanissimi l’aumento è stato del 30%. E in importante aumento sono anche quelli, tentati e riusciti, fra gli adulti. L’impennata è dovuta a molteplici cause. Intanto l’isolamento forzato in casa soprattutto nel primo momento, poi la mancanza socializzazione dei ragazzi con le scuole chiuse, la didattica a distanza non basta da sola a colmare vuoti relazionali, serve forse per imparare, per studiare in qualche modo, però mancano gli sguardi, le pacche, gli scherzi, il parlare fra coetanei. Per gli adulti i fattori di rischio sono decisamente maggiori: il terrore per un nemico invisibile che può insinuarsi in ascensore, sul corrimano della scala, per uno sternuto in strada. L’ossessione per una vita fatta di mani lavate e rilavate, mascherine forse riutilizzabili, forse no. E poi la situazione economica con negozi chiusi o che lavorano a metà, commesse e camerieri e cameriere di bar lasciati a casa “perché non ci sono clienti”. Mancati incassi, mancate vendite, piccole e medie industrie che hanno visto crollare le ordinazioni e datori di lavoro, imprenditori che hanno visto aumentare la situazione debitoria senza poter fare nulla. Il blocco delle tasse è un momento di respiro, però è un debito che si cumula e che, prima o dopo, occorrerà pagare. A fronte di tutto ciò la depressione prende il sopravvento, e qualcuno non regge. In troppi non reggono. I cartelli “affittasi negozio” aumentano vertiginosamente e, a quanto è dato sapere, gli affitti rimangono esorbitanti.

Un anno è lungo anche per chi ha una vita, tutto sommato, normale. Per il pensionato che si preoccupa con cautela per i figli, per esempio. Quando la tua vita sociale si annulla, non ci sono cinema aperti, la fuga dalla routine in pizzeria una sera è solo un sogno d’altri tempi. Abolite le presentazioni di libri e i momenti di discussione pubblici, dove magari ci si incazzava un po’, ma alla fine erano tarallucci, vino e due risate. L’incontro al bar con l’amico che sentivi per telefono, un aperitivo seduti al tavolino. Una vita tranquilla cassata di colpo da miriadi di DPCM. Così alla fine ti ritrovi impigrito, grigio, stanco. Si esce con la mascherina, se si incontra qualcuno che si conosce non ci si dà la mano perché non è igienico (il meno intelligente parlò di tornare al saluto romano), si sta a distanza di sicurezza anche con la mascherina.

Insomma lo scoramento è molto anche per i più ottimisti, vedere in un solo anno mutate le abitudini e le consuetudini senza riuscire a intravedere una via d’uscita da tutto ciò può portare scoramento, apatia.

Per questo occorre credere fermamente nel vaccino, non foss’altro per avere un briciolo di speranza e immaginare una vita, quanto meno, normale. 

E per ridare speranza a quegli anziani soli, e non sono pochi, che magari già prima uscivano poco, ma non erano obbligati a stare in casa. La differenza non è poca.   

lunedì 8 febbraio 2021

Governo Draghi, fine dei partiti, Matteo e Matteo

 Siamo alla vigilia del varo del nuovo governo guidato da Draghi. Uomo della finanza alta, altissima. Un governo apolitico che, nei fatti, azzera la politica. I partiti, come già con il mai rimpianto governo Monti, si fanno da parte perché, nei fatti, sono evaporati. La caduta di idee (non solo delle ideologie) e l’abisso creato fra loro e le persone, gli elettori, pare incolmabile. Mondi separati. Non si comprende, per esempio, quale sia per i partiti l’idea di una società possibile che vada oltre la contingenza del momento,  di ampio respiro. E penso al partito che dovrebbe essere quello più vicino ad un’idea di democrazia condivisa, il PD. Come temuto a suo tempo, la fusione a freddo della vecchia DC con l’antico PCI (PDS, DS) ha disvelato l’annichilimento di quest’ultimo e la guida, non sempre dignitosa, di arrembanti ex democristiani.



Vuole il MIUR

Fino al capolavoro delle primarie che santificarono Matteo Renzi (detto Matteo d’Arabia) alla sua guida. Il resto è storia recente.

Matteo d'Arabia

                                                      

Il Matteo è riuscito a cacciare Letta e sostituirlo, ha creato una riforma costituzionale criminale chiedendo  un referendum che doveva avallare il peggio e anche di più, praticamente chiese all’epoca un plebiscito sulla sua persona. Il PD plaudente lo seguì nella catastrofica sconfitta.

Alle elezioni successive, visto lo stallo di tre formazioni parimerito, fece carte false pur di mandare i cinque stelle nella braccia della destra più becera di Salvini. Disse allora “mai con loro”. Nel frattempo uscì dal PD portandosi dietro veline, valletti e scherani di varia natura e, dopo la caduta del primo governo Conte, fece carte false per auspicare un’alleanza PD cinque stelle e con lui a fare da ago della bilancia . Ah la coerenza del saudito.

Ex ministra Bellanova

                                                    

Non contento, forse era questo il suo intento da sempre, fece cadere anche il governo Conte due con una mirabile conferenza stampa in cui dimetteva, praticamente non lasciandole parlare, le due ministre del suo partito.

Con l’incarico a Draghi di formare il nuovo governo ora i suoi giochi sono fatti, è riuscito nel capolavoro di avere una asse di ferro con il peggiore, l’altro Matteo, quello dei 49 milioni rubati e restituibili in 70 anni.

La politica, in sostanza, è annichilita dalla verve di personaggi inquietanti con un seguito risibile fra gli elettori.

Ora temo ci spetterà un governo simil Monti, lacrime e sangue. Con la variante che stanno arrivando moltissimi soldi dall’Europa, grazie al lavoro di Conte. Soldi che fanno gola a moltissimi, in particolare a chi è più contiguo alle mafie.

In questa crisi epocale, sanitaria, economica, sociale, dovrebbe essere al primo posto il welfare: sanità pubblica potenziata e gratuita, possibilmente tolta dalle rapaci mani di presidenti di regioni che sono troppo spesso incapaci, arraffoni, improvvisatori. Scuola e università gratuite e potenziate nel loro agire, magari con stipendi adeguati per i docenti e strumenti per i ragazzi. Quanto meno con edifici scolastici che non crollino al primo alito di vento. Infrastrutture adeguate a potenziare la maggiore industria del nostro paese: turismo, arte, cultura. Matteo d’Arabia, per dire, vuole il ponte sullo stretto, opera degna di un Berlusconi qualunque e delle sue olgettine e assolutamente inutile nell’economia della mobilità. Qui, in tutto il meridione, mancano treni decenti, strade degne di essere percorse, collegamenti dignitosi fra le marine e le città d’arte, e questi pensano a un ponte assolutamente inutile e sul quale ha già messo mano cosa nostra da una parte e la ndrangheta dall’altra.

Dei cinque stelle occorre dire che sono l’apoteosi dell’incoerenza istituzionale.

Volevano “aprire il parlamento come una scatoletta di tonno” (cito Grillo in persona).

Negarono ogni possibilità ad un governo con Bersani in un primo tempo. Poi, dopo le capriole di Renzi, si allearono con la lega di Salvini (il peggior partito intriso di razzismo, omofobia, xenofobia, vicino alle dittature sovraniste), e da Salvini furono mandati al diavolo, altra capriola,  alleanza con il PD dicendo “mai più con Salvini”. Ora tornano con lega e PD. Se non è isteria questa.

                                   

In sostanza, siamo ad un altro bivio della democrazia italiana, o i partiti, e parlo di quelli che hanno a cuore la democrazia, non certo della lega, di fratelli d’italia e simili cascami dell’umanità, devono tornare a fare politica alta. Matteo d’Arabia è solo un tristissimo momento, destinato a scomparire alle prossime elezioni (a meno che il PD magnanimamente, non offra collegi sicuri alle varie veline del saudito, cosa assolutamente non improbabile).

Insomma, che la politica torni ad essere ciò che l’etimologia del termine dice: l’arte di governare lo Stato. Oggi siamo alle basse manovre di sottogoverno, alle unioni fra i peggiori e nei fatti, al soccombere della democrazia messa nelle mani di burocrati che guarderanno le banche e i banchieri piuttosto che la res publica.

lunedì 18 gennaio 2021

Profumi e ricordi

 



"Limbico”, così si chiama il sistema che regola la memoria olfattiva. Preferisco però chiamarlo più poeticamente Sindrome di Proust. Nella Ricerca del tempo perduto, il profumo di una madeleine lo riporta all’antico, a ricordare, a navigare con la memoria.

 Leggo (cito un articolo su neocogita) che Uno studio della Rockefeller University di New York ha dimostrato che le persone possono ricordare il 35% di quanto annusano, rispetto al 5% di ciò che vedono, al 2% di ciò che sentono e all’1% di quello che toccano.

 Inoltre “…Lo studio confermerebbe, quindi, che il senso dell'olfatto ha una grande importanza nei nostri ricordi e nella loro rievocazione. Profumi e odori sarebbero tra i ricordi più duraturi e capaci di "coordinare" anche altre memorie…” (FOCUS)

 Profumi che senti a improvvisamente ricordi, nessun computer al mondo è facondo come la mente umana. Antichi momenti, sensazioni, emozioni che sembravano nascosti in cassetti della memoria, improvvisi si ripropongono come deja vu . Parlavo una volta del profumo dei mandarini appena raccolti che mi riproposero altri mandarini in altri momenti, prima dell’avvento delle filiere dall’albero al frigorifero al camion refrigerato e giungono a nord deprivati della loro essenza più intima, quel profumo che solo appena raccolti senti, che penetra, inonda, avvolge. Risentire quel profumo che sa di Salento ed essere proiettato nei pomeriggi piemontesi passati a guardar scendere neve fitta, sparpaglioni grandi, leggeri. E poi il gelo della notte, la brina della mattina, i vetri ghiacciati, la scuola in grembiule nero e fiocco azzurro, la cartella che passava dal fratello maggiore al più piccolo.

Attimi, flash.

Profumi delicati di fiori in primavera, che irrompono tristi in novembre, quando appartenevano ai cimiteri che si visitavano. Prima di farne luoghi che non visito più, neppure nei giorni dedicati ai morti, perché i ricordi sono dentro di te, solo lì.

Altri profumi, altri ricordi. Odore di pulito quando qualcuno aveva passato la cera e in estate c’era penombra nelle camere e mi aggiravo in silenzio per sentire il piacere, per odorare, quasi fosse una droga. E da sotto mia madre che diceva di scendere e non sporcare altrimenti erano sberle (per altro mai arrivate nonostante ripetute minacce, da allora capivi che si potevano violare alcuni ordini, solo con cautela però). E poi altri profumi, la vita scorre, quello di fumo di sigarette, del bar sport durante partite a scopone o nel mezzo di animate conversazioni. Politica, donne e calcio. E il profumo del caffè di Giuseppe in sottofondo.

E ancora, la vita prosegue, l’inchiostro del ciclostile, la colla per manifesti  affissi di corsa, la notte. Profumi di voglia di un mondo diverso, più equo. Sogni che si scontravano con un settarismo un po’ becero che tuttavia fa parte ancora oggi dell’attualità.

Intanto, fra una riunione, un corteo, uno sciopero “operai studenti uniti nella lotta” ma con pochissimi operai e molti studenti, in casa, rientrando, altri profumi rassicuravano: il ragù della mamma. Inebriante. Allora non sapevo che non era solo mangiare per sopravvivere, ma che mi avrebbe accompagnato fino ai 70 anni, che improvviso, imprevisto, impudico, si sarebbe ripresentato un giorno di gennaio, mentre fuori una tramontana gelida tagliava i pensieri e congelava le mani.

Profumi… Odori… sensazioni… emozioni… Turbinii di sguardi al passato e al futuro (che ormai è oggi) da bere a piccoli sorsi.


 Corrispondenze

 La Natura è un tempio dove colonne vive

lasciano a volte uscire confuse parole;

l’uomo vi passa attraverso foreste di simboli

che l’osservano con sguardi familiari.

Come echi lunghi che da lontano si fondono

in una tenebrosa e profonda unità

vasta quanto la notte e quanto la luce,

i profumi, i colori e i suoni si rispondono.

 Ci sono profumi freschi come carni infantili,

dolci come oboi, verdi come praterie

– e altri corrotti, ricchi e trionfanti,

che hanno l’espansione delle cose infinite,

come l’ambra, il muschio, il benzoino e l’incenso

che cantano gli abbandoni dello spirito e dei sensi.

(C. Boudelaire)

 

 

 

 

 

 

 

venerdì 15 gennaio 2021

Il futuro è oggi

Gialli, arancioni, rossi, bianchi…  Siamo diventati da pandemici e multicolor. O forse siamo multipandemici. In era di crisi di governo non male trovarci belli colorati. Però arrivano le altre  crisi, quelle da astinenza di pizzeria, di abbracci. Siamo diventati popolo di lontani che si prendono a gomitate anziché darsi la mano. In realtà ne vedo pochi, ormai ci si saluta a gesti mantenendo debite distanze.

Quando riconosci l’altro. Già, perché le mascherine, oltre ad appannare gli occhiali e farti camminare nella nebbia fitta, ti costringono (finalmente) a guardare l’altro negli occhi, così ti accorgi di non saper più riconoscere le persone. Lo sguardo, che è specchio dell’anima come dice qualcuno,  in epoca precovid, era diventato spesso solo un orpello. Guardare dritto negli occhi significa scrutarsi dentro, cercare l’anima dell’altro, o capire come sei nello sguardo dell’altro. Specchi, riflessi, lampi. Forse per questo spesso si tende ad evitarlo. La mascherina però ti costringe, e neppure sai se l’altro ti sta sorridendo oppure (come dice una mia amica)  ti fa la linguaccia quando ti incrocia. Ti costringe a farlo, così scopri, scruti, accarezzi con lo sguardo. Occhi che sorridono, occhi tristi, grandi, piccoli, chiari, neri come la notte. Occhi…

Siamo in un passaggio epocale, il millennio si dividerà in pre covid e post covid.

Però qualche lusso possiamo consentircelo. Visto che siamo gialli, possiamo addirittura andare al bar a bere un caffè in una vera tazzina. Quando eravamo arancioni  si doveva prendere il caffè al banco, pagare, e uscire sul marciapiedi a berlo in un bicchierino di plastica, aumentando a dismisura la plastica da riciclare, e se era troppo caldo rischiando ustioni alle dita.

Ora entriamo, però rigorosamente con mascherina, richiamati in caso contrario e additati alla folla come (quasi) untori. Il tutto fino al bancone, poi o bevi il caffè o tieni la mascherina, quando paghi 90 centesimi non sei più un untore.

Gialli o arancioni o rossi poco importa, i teatri e i cinema e i musei sono chiusi rigorosamente. Facciamo a meno di arte e di cultura? Non si può, non si deve. O meglio, non si potrebbe, non si dovrebbe.  Dobbiamo per forza ri/pensare alla vita in pandemia, rileggere libri, riflettere su come fruire arte, teatro, danza, musica, poesia. Le dirette facebook, le riunioni on line, gli auguri ai figli da lontano, gli aperitivi in video chiamata (che i più raffinati chiamano call), tutte panacee che fanno quasi il paio con la mascherina che nasconde, cela, lascia immaginare un sorriso. Fingiamo di essere felici.

Intanto la vita scorre anche per le strade, quando siamo gialli o arancioni, non cessano i clacson, neppure le sirene delle ambulanze. Solo il mare è sempre là con il suo movimento lento o violento, con i suoi suoni che accompagnano i pensieri e le emozioni. E sono là gli ulivi, sofferenti per xilella o rigogliosamente fieri con i loro secoli di vita. Pensieri che si avvoltolano proprio in questo inizio anno in cui, ormai, scopro di non essere più neppure anziano, ma vecchio, eggià, quando il futuro è oggi.

Buona pandemia a tutti.  

lunedì 21 dicembre 2020

"il mondo salvato dai ragazzini" sia realtà

 

Pensieri pubblicati su Spagine.it il 4 dicembre scorso .

 

Ascoltavo Il violinista sul tetto magistralmente cantata da Roberto Vecchioni e Teresa De Sio dopo aver letto Tornare alla poesia civile  di Mauro Marino. E’  stato un continuum di pensieri e riflessioni. Vecchioni ha accompagnato miei tempi apparentemente lontani, ma si sa, negli anziani il passato è poco più dell’oggi. Un po’ triste, un po’ “professore”, aveva lo spudorato vizio di dire le cose che io pensavo. Ovviamente era solo un pensiero trasversale a generazioni simili, con simili esperienze, sogni, speranze, disillusioni e delusioni cocenti.

Con Mauro invece la storia è diversa, prima di precipitare in Salento dal brumoso nord non lo conoscevo proprio, con il tempo e con una frequentazione neppure troppo intensa è stato per me maestro insostituibile. Mi ha insegnato, a sua insaputa forse, uno sguardo meno sospettoso sulla poesia e sui poeti, mi ha fatto conoscere la pacata serenità di pensiero, pur in una  coerenza spinta oltre l’oltre, come si conviene alle persone per bene e sicure del proprio pensiero e dei propri dubbi.

Insomma, a modo loro due persone, due artisti (poeti) che mi hanno accompagnato in persorsi di ri/conoscenza, pur non essendo riusciti a dirimere dubbi e disilluse storie personali, sociali, politiche. Dove il personale e il politico, come si diceva un tempo lontano, sono fusi. Coerenza anche questa? Forse, o forse solo confusione.

In periodo di pandemia poi certi pensieri avvolgono e la vita dietro le mascherine è, se possibile, ancora più nuda. In fretta abbiamo imparato a camminare per strada riconoscendo l’altro non per un sorriso, ma per lo sguardo, gli occhi parlano, il resto è celato. Un nuovo modo di leggere i sorrisi nascosti e le ansie celate.

Il fatto è che sento che molti di noi di quel tempo andato in cui il personale era politico e il politico era il tutto, come il tutto era la sicura speranza (ossimoro) che il mondo sarebbe stato migliore e che così com’è non poteva funzionare, si sono trovati dai grandi sogni che erano necessità a fare “i violinisti sul tetto”, dopo una lunga serie di sogni rivoluzionari, di cambiamento del mondo, ancora si trovano ancorati a quel destino che è:

 

Stare sopra il tetto a sonà il violino,

Dillo a babbo, dillo alle sorelle

Se nessuno sente, sòno per le stelle;

Dillo a babbo, dillo alle sorelle

Sòno per me solo, sòno per le stelle.

 

Eh si, perché pare di essere i soliti rompipalle legati ad un passato remoto quando diciamo che non siamo in grado di comprendere che quei maledetti ventisei miliardi di euro bruciati per spese militari potrebbero essere utilizzati per costruire reparti per combattere il covid o banchi per le scuole, con o senza rotelle poco importa, basta che siano scuole che non cascano al primo alito di vento. Macchè, stiamo su un tetto a suonare il violino e se nessuno sente chi se ne frega “suono per me solo, suono per le stelle”.

No, non siamo in grado di comprendere come mai un governo intero, non certo un solo ministro, forse il più indecente, certo, ma non da solo, possa tenere in mare pochi immigrati rischiando di farli crepare nel cimitero più grande del mondo che è il mare nostrum.

Certo, siamo solo piccoli ed inutili violinisti sul tetto, pieni di nostalgia per quando gli anni erano meno, i capelli erano neri, i pugni erano alzati e pensavamo di fare una rivoluzione che era solo nel desiderio di pochi illusi. Siamo sul tetto e mica possiamo comprendere la politica “alta”, quella che porta al dialogo con pari dignità un ministro e un condannato in via definitiva e con decine di procedimenti in corso.

Per questo leggo Mauro che scrive della necessità (forse per scendere dal tetto?) di

 

Tornare alla poesia civile

se mai ce ne fossimo distaccati.

Se avessimo mai pensato che

la poesia è cosa estranea

alla realtà.

Tornare alla parola politica

allo sprezzo se necessario

al calibro delle parole utili

alla necessità.

Alla carne, al dettato della terra.

Nell’angolo storto del sentire

trovare il giusto ritmo

il respiro per la corsa.

Che sia generosa

nell’accogliere

attenta nel salto

nell’accompagnare il senso

alla certezza della voce.

 

Insomma, Mauro che frusta i violinisti sul tetto, e dice di riprendersi in mano la poesia, e trasformarla da sogno in necessità per cambiare.

Leggo in queste pagine acute riflessioni di Marcello Buttazzo, che critica, guarda e non nasconde stupore per le cose del mondo. Marcello, anche lui poeta capace di suonare il violino sul tetto, ma di scendere a terra quando scrive altro. Sta in mezzo agli accadimenti come Mauro. Ma tutti, forse, abbiamo in comune l’appartenere a quelle persone che veramente non comprendono troppe cose. Neppure la caparbia tenacia, non invidiabile, di chi non ha mai dubbi sul come fare a risolvere ogni cosa. Dal rubinetto che perde alla crisi medioorientale alle beghe di governi locali, alle pandemie.

Quelli che parlano di filosofia con fare deciso e credono di avere una ricetta pronta per tutto. Questi sono violinisti sul tetto peggiori, hanno violini scordati e con corde rotte, e forse neppure sanno leggere lo spartito.

Perché il dubbio è la strada che consente di suonare e fra un’aria e l’altra tentare di guardare sotto, e scoprire, magari, che oltre le stelle sopra, ci stanno due ragazzini che hanno sentito le note e che si fermano ad ascoltare e si siedono in terra, pantaloncini corti, magliette a righe, e , chissà, forse un altro poeta potrà scrivere un giorno che “il mondo salvato dai ragazzini” è una realtà.

Ringrazio Mauro, Roberto e ovviamente l’amico Marcello. Ah, grazie anche a Elsa Morante.

 

 

lunedì 9 novembre 2020

Lock down o confinamento?


Rieccoci in quello che ormai tutti chiamano lock down, ma che ha un corrispettivo italiano chiaro, limpido, semplice: confinamento.
Sul perché si insista a utilizzare termini inglesi tralasciando la lingua italiana che è meravigliosa, frequentata nei secoli da poeti, romanzieri, autori di opere liriche, e via via fino ai cantautori moderni, è mistero fitto.
Abbiamo una lingua talmente bella che emoziona, siamo cittadini “del bel paese là dove 'l sì suona” (Dante Alighieri, Inferno, canto XXXIII, verso 80) , e che il paese dovesse avere l’aggettivo bel è confermato nei versi “il bel paese ch'Appennin parte e 'l mar circonda e l'Alpe” (Petrarca, Canzoniere, CXLVI, versi 13-14).
Bastano queste citazioni per  riappropriarci della lingua italiana, a meno che qualcuno non abbia interesse a confondere le acque perchè   si capisca poco.
Comunque, divagazioni lessicali a parte, risiamo nel confinamento, nel dover stare quieti, chiusi, calmi nella battaglia contro un nemico invisibile e purtroppo imprevedibile, un esserino che ha messo in crisi l’intero pianeta.
ph: http://www.citizenrimini.it/andratuttobene/

Siamo al secondo tempo di una partita che in primavera avevamo subìto con calma, speranza, voglia di uscirne in fretta e, tutto sommato, migliori. Poi lo sfogo estivo, il calare le difese a fronte di inviti, purtroppo solo inviti e non regole ferree da seguire. Mascherine solo per caso, assembramenti come stile di vita e via dicendo. In tutto questo non osservare regole minime si sono infiltrati prepotentemente personaggi equivoci: quelli che “il virus è un’invenzione”, quelli che “la terra è piatta e vogliono creare una dittatura sanitaria”, quelli che “io sono un parlamentare e sono orgogliosamente senza mascherina”, quelli con le giacchette arancioni a sparare menzogne nella pubblica piazza e via dicendo. Personaggi che hanno come unico e solo scopo il voler inquinare le acque e se ne fottono delle persone. Inseguono e perseguono una ipotetica presa del potere e sollevazioni di piazza. Per fortuna e per senso di civiltà nelle manifestazioni erano pochi sempre, spalleggiati dai complici di quelli che furono gli autori materiali di stragi ignobili negli anni 70 e oltre, i figliocci dei fascisti, allevati a aforismi del duce.
Questo secondo confinamento autunnale, tuttavia, ci ha colti stanchi, quasi spossati dal rincorrere difese da un nemico invisibile e subdolo, che attacca ovunque e chiunque, così mettono tristezza i bar chiusi, e i ristoranti, e le persone che incontri per strada, tutti protetti da mascherine che forse servono ma ti rendono irriconoscibile, oltre che appannarti gli occhiali.
Al punto che qualcuno ha ripreso la frase che circolava in primavera correggendola, allora si scriveva "andrà tutto bene" con tanto di arcobaleni disegnati da bambini, questo qualcuno ha aggiunto "però pensavo meglio".
Allo spaesamento purtroppo si aggiungono comportamenti strambi di chi avrebbe il compito di governare. E ormai la comunicazione è fatta di tweet e post su facebook. E’ deprimente (per utilizzare un eufemismo) il dialogo a botte di post, fra il presidente della regione Puglia Emiliano e la ministra della scuola. Uno chiude le scuole, l’altra ribatte che è sbagliato e le fa riaprire. Il TAR di Bari dice che Emiliano ha ragione, quello di Lecce dice che ha torto marcio. E lui che fa? Manda la palla alle famiglie “fate come vi pare, se volete mandate i figli a scuola, se non volete teneteli a casa e chiedete la didattica a distanza”. Mai scelta, pur nell’apparente democraticità, fu peggiore. Un presidente (che si fa chiamare governatore) deve saper governare. E ha il dovere di interfacciarsi, soprattutto in un periodo di pandemia e di confusione generale, con il governo centrale. Dire ai genitori “fate voi” non è democrazia, è come se un sindaco, a fronte di una richiesta specifica dei cittadini sui buchi nelle strade, dicesse “fate come vi pare, chi vuole si asfalti davanti al suo portone, chi non vuole non lo faccia”.
E questo in Puglia, lasciamo stare i luoghi dove governano altri personaggi più sciagurati. Penso alla Lombardia dove si vogliono mandare i malati COVID a saturare e impestare le RSA. Penso al presidente della regione Liguria che dice che gli anziani sono quelli che muoiono di più per la pandemia, ma che, tutto sommato, sono inutili per lo sforzo produttivo del paese. Salvo poi scusarsi dicendo che il tweet l’ha scritto il suo web manager. (che poi si debba pagare un web manager sarebbe tutto da mettere in discussione, se li scriva lui i post ed utilizzi quei soldi per assumere un infermiere).
E che dire del commissario all’emergenza COVID (pagato) della regione Calabria che dice candidamente in una intervista in TV “Posti in terapia intensiva? Non so quanti ce ne siano” e peggiora la situazione quando l’intervistatore gli fa notare che è compito suo saperlo come commissario e lui “Ah si? Non sapevo”.
E poi, intervistato da La Stampa in un articolo titolato giustamente “quando la toppa è peggio del buco” dice papale papale “in quelle dichiarazioni non ero io, forse mi hanno drogato”.
Ecco, in mezzo a tutto questo bailamme ci stiamo noi, le persone che guardano, si informano, leggono, ascoltano. Che tentano di raccapezzarsi e di capire come e da chi sono governate. Quelli che vedono le povertà estreme estremizzarsi ancora di più, gli immigrati trattati come untori anche se cercano solo di sopravvivere, noi che tentiamo di difenderci da una ondata montante di negazionisti del virus e di tuttologi da web che hanno tutte le ricette per salvare il mondo e si confondono con i tweet dei governatori .
Insomma, mala tempora currunt, eppure abbiamo il dovere di resistere con pacatezza, di osservare regole minime di comportamento. E soprattutto abbiamo diritto di capire, questo si.

 

lunedì 2 novembre 2020

Note a piè di pagina (di una settimana intensa)

 

Nota Uno

Oasi Le Cesine, riserva naturale dello Stato, gestito dal WWF.

 Riserva naturale dello Stato

Ultimo tratto superstite delle vaste paludi costiere che un tempo caratterizzavano il litorale da Brindisi ad Otranto. Il paesaggio de Le Cesine è costituito da dune, area palustre, canali di bonifica, bosco misto e macchia mediterranea.L'Oasi si trova all'interno di un Sito d'Importanza Comunitaria (SIC IT9150032) nel Comune di Vernole (Le).E' anche una Zona di Protezione Speciale (ZPS IT9150014).

 L'Oasi, di 380 ettari, è un ambiente umido tra i più conservati e importanti dell'Italia meridionale, ultimo superstite della vasta zona paludosa e boscosa che si estendeva da Brindisi ad Otranto.

 L' Oasi WWF Le Cesine si trova lungo una delle principali rotte migratorie e ospita numerosissimi uccelli acquatici. L'estensione della Riserva naturale Le Cesine è di 380 ettari. (dal sito WWF)



 All’interno del parco ci sono strade percorribili a piedi e in bicicletta, il fine settimana ci sono bimbi con i genitori o i nonni, adulti che corrono, altri in bicicletta. Il transito è ovviamente vietato a qualunque mezzo motorizzato. Si cammina fra il verde, fra cinguettii di animali, farfalle, lucertole anche in questo caldo novembre. Insomma, ci si ricrea un pochettino dal quotidiano, e camminando, si sa,  è bello lasciar correre i pensieri liberi come il volo di quel gabbiano che passa, così capita di essere attratti quasi sensualmente da un albero o di riflettere sul DCPM prossimo venturo, giusto per fare un esempio. Però poi abbassi lo sguardo e ripiombi nella miseria di una parte di genere umano che definire idiota è solo fare un complimento. Quelle mascherine abbandonate a terra (ne ho contate tre sulla strada) e quelle bottigliette sono un vero e proprio scempio per l’intelligenza.

Nota due

A volte pensi che il fondo sia stato toccato, finché arriva un abilissimo scavatore che fa ripiombare l’umanità e la pietas ancora più sotto. Se poi questo losco figuro è un presidente di una regione che io amo moltissimo e si fa chiamare pomposamente “governatore” come i suoi consimili presidenti di altre regioni, allora capisci che la situazione non è grave, è agonizzante.


 

Fingendo di credere al dolore dell’autore di quello scritto (che poi Toti in persona ha detto essere il suo media manager, ma questo nulla cambia alla gravità della cosa visto che la firma è sua) quella frase : “non indispensabili allo     sforzo produttivo” gela ogni buon proposito. Impariamo, ahinoi, che per Toti un anziano è un essere inutile in quanto lo sforzo produttivo non lo riguarda. Se la memoria non mi inganna, qualcuno, tempo fa, disse che erano inutili i rom, gli omosessuali, poi gli ebrei. Chissà, forse è eccessivo questo pensiero, tuttavia viene in automatico. Esattamente come qualche altro politico chiama tout court “clandestini” tutti gli immigrati, donne e neonati compresi. 

Un tempo pensavo alla politica come una nobile arte, quella del buon governo, poi, piano piano, grazie anche a Toti e a quelli come lui, sorge il sospetto che, come recita Jannacci in una sua nota canzone, “… quelli che La politica l’è na roba sporca…” D’altra parte basta guardarsi attorno, alle collusioni fra noti politici e malavita organizzata, a 49 milioni che spariscono nel nulla, a Toti che impunemente e senza chiedere scusa tratta i pensionati come inutili oggetti costosi. Annoto che la Liguria è la seconda regione in Europa più anziana, la prima è un land tedesco.

 Nota tre

Intanto siamo in attesa del prossimo DCPM. Arriverà a breve, non appena il Presidente Conte sarà riuscito a mettere pace fra i 5 grilli che vogliono una cosa, il PD che ne vuole un’altra, Italia Viva che è per la terza via, qualche cane sciolto che vorrebbe altro. Troveranno un’intesa da compromesso e via, tutti felici per tre giorni, fino al prossimo DCPM sul quale stanno probabilmente già litigando. D'altronde  si sa, i renziani si portano avanti con il lavoro. In tutto ciò brilla l’opposizione, Salvini e la Meloni (Berlusconi ormai non conta una cippa) si lamentano perché il governo non li chiama per una collaborazione, Conte li chiama per un tavolo di regia sul COVID e loro, duri e puri dicono “NO” bello grosso, salvo poi rilamentarsi per la mancata collaborazione. D’altronde siamo abituati  dall’inizio della pandemia, il governo dice “chiudiamo” e loro in coro, mimì e cocò, “tutto aperto tutto aperto governo ladro” . Poi passa la prima fase e si riapre e loro in coro “tutto chiuso tutto chiuso governo ladro”. Poi si riapre a metà e loro in coro “Non va bene, dobbiamo chiudere a metà, non aprire a metà”. Salvo poi mandare in piazza i loro lacchè, casa pound e forza nuova a forzare giuste rivendicazioni di commercianti ed esercenti con la violenza. Spalleggiati qua e la da camorra e mafie varie. Difendono i commercianti spaccando loro le vetrine e saccheggiando i negozi.

Ciao Gigi

 Oggi è il giorno dedicato al ricordo dei morti. Ed è lunedi. Oggi è morto un grandissimo del teatro. Buon viaggio Gigi Proietti. Ottant’anni non sono poi così tanti, e soprattutto per gli esseri umani normali, quelli che non si chiamano governatori, ce ne fossero di non indispensabili come te.